Truman Burbank conduce una vita apparentemente normale. Ha una casa ordinata, un lavoro, una moglie, un migliore amico e vive a Seahaven, una cittadina tranquilla in cui tutto sembra funzionare perfettamente. Il problema è che niente di ciò che lo circonda è realmente spontaneo. Truman è infatti il protagonista inconsapevole di The Truman Show, un programma televisivo che trasmette la sua vita ventiquattr'ore su ventiquattro. Seahaven è un gigantesco set, i suoi vicini sono attori, i colleghi sono attori, la moglie è un'attrice e persino il cielo che vede ogni mattina è una struttura artificiale. L'unica persona che non conosce la verità è proprio lui.

Il creatore dello show, Christof, controlla quasi completamente il mondo di Truman. Decide il meteo, organizza gli incontri, introduce nuovi personaggi e interviene ogni volta che qualcosa rischia di compromettere il programma. Ma il vero controllo non riguarda soltanto ciò che Truman vede: riguarda soprattutto ciò che crede possibile. Da bambino viene traumatizzato con la morte del padre durante una finta tempesta in mare, così da sviluppare una paura dell'acqua abbastanza forte da impedirgli di lasciare l'isola. Nessuno gli vieta apertamente di andarsene, ma gli viene costruita una paura capace di rendere inutile qualsiasi divieto. È qui che il film diventa molto più interessante di una semplice storia sulla televisione.

Truman pensa di essere libero perché può scegliere cosa mangiare, dove andare al lavoro e come trascorrere la giornata, ma tutte queste scelte avvengono all'interno di un ambiente progettato da qualcun altro. È libero di muoversi finché non supera i confini stabiliti per lui. Quando prova a comprare un biglietto aereo, improvvisamente non ci sono voli disponibili. Quando cerca di partire in autobus, il mezzo si rompe. Quando tenta di lasciare Seahaven in automobile, compaiono traffico, incendi e incidenti. Ogni ostacolo sembra casuale, ma presi tutti insieme mostrano qualcosa di evidente: il mondo di Truman è costruito per convincerlo a rimanere esattamente dove si trova.

Il sistema funziona finché Truman non inizia a osservare meglio ciò che accade intorno a lui. Un oggetto cade dal cielo, alcune persone ripetono gli stessi percorsi, la radio intercetta per errore comunicazioni che descrivono i suoi movimenti. Sono piccoli episodi, ma cominciano ad accumularsi. Truman non scopre improvvisamente la verità: prima prova semplicemente la sensazione che qualcosa non quadri. A quel punto comincia a fare una cosa estremamente pericolosa per qualsiasi sistema basato sul controllo: cambia comportamento. Diventa imprevedibile. Se gira improvvisamente a destra invece che a sinistra, gli attori devono adattarsi. Se decide di partire senza avvisare nessuno, la produzione deve inventare rapidamente un ostacolo. Più Truman smette di comportarsi come previsto, più il suo mondo mostra le proprie crepe.

La vera battaglia, però, non è soltanto contro Christof. Truman deve scegliere tra una realtà falsa ma sicura e una realtà autentica ma sconosciuta. A Seahaven possiede tutto ciò che conosce: una casa, un lavoro, relazioni, abitudini e una routine. Uscire significa perdere contemporaneamente ogni certezza. Christof lo sa e, quando Truman tenta finalmente di fuggire via mare, cerca di riattivare la sua paura più profonda scatenando una tempesta. Truman però continua. Ed è probabilmente questo il punto centrale del film: la libertà non arriva quando scompare la paura, ma quando conoscere la verità diventa più importante della sicurezza che ci viene offerta.

Alla fine Truman raggiunge letteralmente il confine del proprio universo. La barca urta la parete del gigantesco studio televisivo e davanti a lui compare una scala con una porta. Christof gli parla direttamente e cerca di convincerlo a rimanere, ricordandogli che fuori da Seahaven il mondo non è necessariamente migliore. Anche nella realtà esistono menzogne, pericoli e persone capaci di manipolarlo. Da un certo punto di vista ha ragione, ma Truman comprende qualcosa di fondamentale: un mondo imperfetto nel quale può scegliere vale più di un mondo perfetto nel quale qualcun altro sceglie per lui. E attraversa la porta.

Quando il film esce nel 1998, reality show e social network non hanno ancora assunto la forma che conosciamo oggi, eppure The Truman Show mette già al centro una domanda molto attuale: quanto della realtà che vediamo è realmente spontaneo? Oggi osserviamo vite attraverso Instagram, TikTok, YouTube e reality televisivi. Vediamo case, viaggi, relazioni, colazioni, allenamenti e momenti apparentemente quotidiani, ma ciò che appare naturale può essere selezionato, montato, sponsorizzato o progettato per ottenere una determinata reazione. La situazione non è quella di Truman, perché sappiamo di utilizzare delle piattaforme e possiamo scegliere di spegnerle, ma il meccanismo interessante è simile: vedere qualcosa non significa necessariamente vedere tutta la realtà.

The Truman Show continua a funzionare proprio per questo. Non parla soltanto di un uomo prigioniero di un enorme set televisivo, ma di quanto sia facile accettare un mondo costruito quando quel mondo è familiare, comodo e coerente con ciò che abbiamo sempre creduto. Il momento più importante del film, allora, non è nemmeno la scoperta finale del set, ma quello precedente: quando Truman comincia a dubitare. Perché prima di poter uscire da una realtà costruita per noi, dobbiamo almeno prendere in considerazione la possibilità che quella realtà non sia l'unica possibile.