Un uomo entra in un saloon, nessuno parla, una mosca ronza, una porta cigola, qualcuno sposta lentamente la mano verso la pistola. Passano secondi che sembrano minuti e Sergio Leone non ha nessuna fretta di arrivare allo sparo. È proprio qui che si capisce che i suoi film non parlano soltanto di cowboy. Leone prende il western americano, il genere che per decenni racconta la conquista del West attraverso eroi, frontiere e grandi ideali, e comincia lentamente a smontarlo. Nei suoi film gli uomini non combattono quasi mai perché devono salvare il mondo, combattono per denaro, vendetta, sopravvivenza, orgoglio, amicizia o semplicemente perché non conoscono altro modo di vivere. L'eroe perfettamente buono scompare, il cattivo assoluto diventa più difficile da individuare e al suo posto rimangono esseri umani sporchi, contraddittori, opportunisti e spesso incredibilmente soli.

È per questo che i titoli della cosiddetta trilogia del dollaro dicono già molto. Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo: il denaro attraversa continuamente le storie e ridimensiona l'idea romantica dell'eroe. Il personaggio interpretato da Clint Eastwood non arriva in città perché sente una chiamata morale, spesso osserva la situazione, capisce chi può pagare e decide da che parte stare. Eppure non diventa semplicemente un uomo senza principi, perché Leone lascia sempre filtrare gesti, simpatie e limiti personali che rendono impossibile ridurre i protagonisti a una sola qualità. Persino Il buono, il brutto, il cattivo gioca con questa ambiguità: “buono” è una definizione molto relativa per un uomo che truffa, uccide e insegue un tesoro. Leone sembra dirci che le etichette sono molto più pulite delle persone a cui le applichiamo.

Poi c'è la violenza. Nei suoi film è spettacolare, ma raramente è davvero gloriosa. Prima dello sparo Leone allunga il tempo, mostra gli occhi, le mani, il sudore, la paura, il silenzio e costringe lo spettatore ad aspettare. Dopo pochi secondi tutto finisce. Questa sproporzione è fondamentale: la tensione dura molto più dell'azione, quasi come se il vero duello avvenisse nella mente prima che nelle pistole. Anche per questo i primissimi piani diventano una delle sue firme più riconoscibili. Un volto sporco riempie lo schermo, gli occhi si spostano di pochi millimetri e noi capiamo che qualcosa sta per accadere. Leone trasforma il cinema in un linguaggio fisico nel quale spesso un silenzio comunica più di una pagina di dialogo, mentre la musica di Ennio Morricone non accompagna semplicemente la scena ma entra nella sua struttura, anticipa emozioni, costruisce personaggi e dà ai duelli un carattere quasi rituale.

Ma andando avanti nella sua filmografia emerge qualcosa di ancora più grande: il mondo dei suoi personaggi sta morendo. C'era una volta il West lo rende chiarissimo. Arriva la ferrovia, arrivano gli imprenditori, la terra acquista valore, il deserto comincia a trasformarsi e gli uomini armati che sembravano dominare quel mondo diventano improvvisamente residui di un'epoca precedente. Il pistolero è ancora capace di uccidere, ma il futuro non appartiene più a lui. Appartiene alle rotaie, alle città, agli affari e a una società che sostituisce progressivamente la violenza individuale con forme di potere più organizzate. Non significa necessariamente che il nuovo mondo sia migliore: il denaro può essere spietato quanto una pistola. Cambia semplicemente lo strumento con cui si esercita il potere. Il West di Leone diventa così un luogo malinconico perché, mentre assistiamo alla leggenda, assistiamo contemporaneamente alla sua fine.

Questa malinconia esplode ancora di più in Giù la testa, dove la rivoluzione perde rapidamente qualsiasi aura romantica. Le grandi parole politiche entrano in contatto con persone che muoiono davvero, con tradimenti, vendette e interessi personali, e ancora una volta Leone sembra diffidare delle narrazioni troppo pulite. Dietro la Storia con la lettera maiuscola ci sono sempre individui concreti che pagano il prezzo delle idee. È una visione che ritorna anche nella guerra civile americana de Il buono, il brutto, il cattivo: i tre protagonisti inseguono denaro mentre intorno a loro migliaia di uomini combattono e muoiono per una guerra molto più grande di loro. A un certo punto il tesoro sembra quasi ridicolo di fronte alla quantità di vite distrutte, eppure loro continuano a cercarlo. Leone non deve fermare il film per pronunciare una morale: basta il contrasto.

Poi arriva C'era una volta in America.

C'era una volta in america
C'era una volta in america

E improvvisamente ci accorgiamo che molte delle cose raccontate nei western erano già qualcosa di più ampio. Non ci sono più pistoleri nel deserto, ma tornano amicizia, denaro, violenza, tradimento e soprattutto tempo. Noodles guarda la propria vita come qualcosa che non riesce più a possedere completamente; memoria e presente si confondono, gli amici diventano fantasmi e ciò che sembrava eterno quando erano ragazzi si dissolve. Qui Leone porta fino in fondo una delle idee che attraversano tutto il suo cinema: gli uomini inseguono qualcosa credendo che, una volta ottenuta, potranno finalmente fermarsi, ma il tempo continua comunque a passare. Il denaro cambia proprietario, il potere scompare, gli amici muoiono, le città crescono e persino le grandi vendette, quando finalmente arrivano, lasciano spesso meno di quanto promettevano.

È anche per questo che i suoi film sono così lenti proprio nei momenti in cui potrebbero essere veloci. Leone sembra volerci far sentire il tempo, non soltanto raccontarlo. Un'attesa alla stazione può durare minuti, un duello può trasformarsi in una cerimonia, uno sguardo può essere trattenuto fino quasi a diventare insopportabile. Nel cinema contemporaneo siamo abituati a eliminare ciò che non fa avanzare immediatamente la trama, Leone invece capisce che a volte è proprio l'attesa a dare significato all'azione. Se il colpo di pistola arrivasse subito, sarebbe soltanto un colpo di pistola. Dopo tre minuti di silenzio diventa inevitabile.

Alla fine chiedersi cosa voglia comunicarci Sergio Leone porta quindi oltre il western. Il suo cinema sembra continuamente ricordarci che dietro ogni mito esistono esseri umani molto meno perfetti del racconto che costruiamo su di loro. Gli eroi vogliono soldi, i rivoluzionari possono tradire, i criminali possono amare, i “buoni” possono essere spietati e il progresso può portare civiltà senza eliminare l'avidità. Leone prende mondi che il cinema ha trasformato in leggenda e restituisce loro polvere, sudore, silenzi, contraddizioni e morte.

E forse è proprio questo che rimane quando finiscono i suoi film: non l'idea che gli eroi non esistano, ma qualcosa di più interessante. Gli eroi esistono soprattutto quando smettiamo di guardarli abbastanza da vicino. Sergio Leone, invece, avvicina la macchina da presa fino agli occhi e ci obbliga a continuare a guardare.