Beatrix Kiddo non comincia la storia come una vittima qualsiasi. È già una killer professionista, appartiene alla Deadly Viper Assassination Squad ed è stata addestrata a uccidere. Quando scopre di essere incinta, però, tenta di uscire da quel mondo. Non vuole diventare improvvisamente una persona innocente: vuole scegliere una vita diversa. È proprio questa decisione a provocare la reazione di Bill. L’uomo che la ama non accetta di essere escluso e trasforma il matrimonio di Beatrix in un massacro. Da quel momento Kill Bill diventa una storia di vendetta, ma la questione centrale è già chiara: chi possiede la vita di Beatrix, lei oppure l’uomo che l’ha formata?
Il rapporto con Bill è infatti molto più importante della semplice contrapposizione tra eroina e cattivo. Bill è amante, maestro, capo e figura quasi paterna. Le insegna a essere ciò che è, la introduce a un mondo nel quale violenza e disciplina coincidono e sembra considerare quella versione di Beatrix come la sua vera natura. Quando lei tenta di abbandonarla, Bill interpreta la decisione quasi come un tradimento personale. Non vuole soltanto punirla perché è scappata. Vuole dimostrarle che non può smettere di essere la persona che lui ha contribuito a costruire.
È per questo che la vendetta di Beatrix funziona anche come percorso inverso. Ogni nome cancellato dalla lista rappresenta un pezzo del vecchio mondo che la tiene ancora legata alla sua identità di assassina. Ma c’è una contraddizione evidente: per uscire definitivamente da quella vita deve tornarci dentro e diventare ancora una volta estremamente violenta. Tarantino non cerca di risolvere questa contraddizione. La rende il motore del film.
Il primo volume sembra quasi celebrare la vendetta. Beatrix arriva in Giappone, ottiene una katana da Hattori Hanzō, affronta gli 88 Folli e raggiunge O-Ren Ishii. Tutto è costruito come un crescendo. Il sangue diventa volutamente esagerato, i corpi volano e la violenza perde progressivamente il realismo per diventare linguaggio cinematografico. Tarantino stesso descrive Kill Bill come un amalgama dei generi che ama: cinema di kung fu, film di samurai, spaghetti western ed exploitation degli anni Settanta.

Questo è importante perché Kill Bill non vuole farci credere di assistere alla violenza quotidiana. Ci ricorda continuamente che stiamo guardando cinema costruito con altro cinema. Cambiano colori, formato, musica e persino tecnica narrativa. Una parte della storia di O-Ren diventa un anime, alcuni combattimenti sembrano film di arti marziali di Hong Kong, altri momenti funzionano come un western di Sergio Leone. Production I.G, lo studio giapponese coinvolto nella sequenza animata, descrive il progetto proprio come un omaggio e contemporaneamente una rielaborazione dei generi amati da Tarantino.
La lunga sequenza anime dedicata a O-Ren Ishii non è quindi un semplice vezzo grafico. Permette di raccontare un’infanzia violentissima senza obbligare il film a restare dentro il realismo degli attori in carne e ossa. È anche un modo per farci capire che O-Ren non nasce come “boss finale”. Prima di diventare carnefice è una bambina che vede i propri genitori morire e costruisce tutta la propria identità intorno alla vendetta. Beatrix sta facendo qualcosa di molto simile. La differenza è che il film segue il suo punto di vista.
Ed è qui che Kill Bill diventa meno semplice di quanto sembri. Quasi tutti i personaggi principali sono contemporaneamente vittime e carnefici. Vernita Green è un’assassina, ma quando Beatrix la raggiunge vive come madre in una casa suburbana. Beatrix interrompe il combattimento quando arriva la figlia di Vernita e cerca di evitare che la bambina assista direttamente allo scontro. Poi uccide comunque sua madre.
Subito dopo le dice, sostanzialmente, che se da adulta vorrà vendicarsi, lei sarà pronta ad aspettarla.
È una scena decisiva perché mostra il problema della vendetta meglio di qualsiasi discorso: la vendetta chiude un conto per qualcuno e ne apre immediatamente un altro per qualcun altro.
Beatrix sa perfettamente di stare creando la stessa ferita che muove lei. Non è quindi una vendicatrice moralmente pura. Tarantino non la trasforma in una supereroina che elimina soltanto persone cattive. È una donna che considera necessaria la propria vendetta pur sapendo che la violenza genera altra violenza.
Nel secondo volume il tono cambia proprio perché non serve più soltanto arrivare al prossimo combattimento. Il film rallenta, parla di più e comincia a domandarsi chi sia veramente Beatrix quando non sta combattendo. Anche Bill cambia. Nel primo film rimane quasi una presenza mitologica: sentiamo la voce, vediamo alcuni dettagli, ma il confronto viene continuamente rimandato. Nel secondo è semplicemente un uomo seduto davanti a lei.
Questa scelta toglie alla vendetta parte della sua grandiosità. Il mostro finale non vive in una fortezza protetta da centinaia di guerrieri. È il padre della figlia di Beatrix.
Ed è proprio la maternità a cambiare definitivamente il significato della storia.
Beatrix crede che sua figlia sia morta. La vendetta quindi nasce anche dalla convinzione di aver perso qualsiasi possibilità di avere la vita per cui aveva deciso di abbandonare Bill. Quando scopre che B.B. è viva, l’obiettivo non è più semplicemente eliminare l’ultima persona della lista. Adesso esiste qualcosa da recuperare.
Il film passa così dalla vendetta alla possibilità di ricominciare.
Una chicca interessante è che l’idea di Kill Bill nasce proprio da una conversazione tra Quentin Tarantino e Uma Thurman durante la lavorazione di Pulp Fiction. Thurman ricorda che i due immaginano una killer che tenta di lasciare la propria vita precedente per sposarsi e viene massacrata durante la cerimonia. Da quella conversazione nasce anche Bill. Tarantino scrive alcune pagine, mette il progetto da parte e lo riprende anni dopo.
Tarantino arriva persino ad aspettare Uma Thurman quando l’attrice rimane incinta prima delle riprese, invece di sostituirla. È un dettaglio particolarmente curioso considerando quanto la gravidanza e la maternità diventino poi fondamentali nell’identità di Beatrix.
Anche il celebre completo giallo racconta più di quanto sembri. È un omaggio evidente a Bruce Lee e a Game of Death, ma la costumista Catherine Marie Thomas modifica l’idea originale anche per ragioni molto concrete. Thurman aveva appena avuto un figlio e non voleva indossare una tuta intera aderente; il costume viene quindi trasformato in un completo a due pezzi più pratico anche durante l’allattamento. Un’icona del cinema d’azione nasce quindi dall’incontro tra un riferimento cinefilo e una necessità assolutamente quotidiana.
La scelta di Bruce Lee non è casuale neppure simbolicamente. Beatrix indossa praticamente l’uniforme di uno dei più grandi miti del cinema marziale mentre entra nella sequenza in cui deve dimostrare di essere diventata una combattente completa. Tarantino prende un’immagine già impressa nella memoria del cinema e la assegna a una protagonista femminile. La costumista racconta proprio di aver voluto evitare il classico costume sexy da eroina e di aver fatto “prendere in prestito” alla Sposa un simbolo tradizionalmente maschile.
Anche Lady Snowblood, film giapponese del 1973, è fondamentale. Tarantino lo cita direttamente tra i revenge movie femminili che tiene presenti per Kill Bill. Chi lo guarda riconosce immediatamente diversi punti di contatto: protagonista femminile, vendetta organizzata contro persone specifiche, katana, neve, sangue e una costruzione narrativa non lineare. Persino la canzone The Flower of Carnage, legata a Lady Snowblood, entra nella colonna sonora di Kill Bill.
Ma Tarantino non copia semplicemente un film. Mescola riferimenti che normalmente non dovrebbero stare insieme. Hattori Hanzō arriva dall’immaginario dei samurai; Sonny Chiba, che lo interpreta, aveva già impersonato un personaggio con quello stesso nome nella serie televisiva giapponese Shadow Warriors. Il combattimento con O-Ren utilizza l’eleganza del cinema giapponese, mentre molte musiche provengono da western italiani. La sequenza anime viene affidata a Production I.G., studio conosciuto anche per Ghost in the Shell.
In altre parole, il film parla anche del modo in cui funziona la memoria cinematografica di Tarantino. Ogni genere diventa uno strumento emotivo. Il western serve per l’attesa. Il kung fu per l’allenamento e la disciplina. Il chambara giapponese per il duello. L’anime per il passato traumatico. L’exploitation per l’eccesso.
Persino la divisione in Volume 1 e Volume 2 non nasce originariamente come struttura creativa separata. Tarantino concepisce una storia unica e la sceneggiatura cresce fino a diventare enorme; il progetto viene quindi distribuito in due parti. La versione completa, conosciuta come Kill Bill: The Whole Bloody Affair, ricompone i due film secondo l’idea unitaria del regista e modifica anche alcuni passaggi, tra cui il finale sospeso del primo volume.
Questo aiuta a capire perché i due film sembrino così diversi ma appartengano alla stessa evoluzione. Il primo è soprattutto il piacere della vendetta immaginata. Il secondo ne mostra il peso umano.
E poi arriva Superman.
Verso la conclusione Bill propone a Beatrix la sua famosa interpretazione del personaggio: Superman non indosserebbe un costume per diventare Superman, perché Superman sarebbe la sua identità autentica; Clark Kent sarebbe invece il travestimento con cui interpreta l’umanità. Bill utilizza questa idea per sostenere che Beatrix è naturalmente un’assassina e che la vita tranquilla che aveva scelto sarebbe stata soltanto una finzione.
È una delle scene più importanti proprio perché Bill prova a definire Beatrix al posto suo.
Il film, però, finisce dimostrando il contrario.
Beatrix è una killer formidabile, ma non è soltanto quello. Può essere assassina, amante, vittima e madre. Può essere “Black Mamba” e contemporaneamente Beatrix Kiddo. Bill commette l’errore di pensare che una persona debba essere per sempre ciò che è stata quando lui l’ha conosciuta.
La libertà di Beatrix consiste invece nel poter cambiare.
Persino il modo in cui Bill muore è significativo. Dopo ore di combattimenti giganteschi, mutilazioni e massacri, il confronto finale è sorprendentemente intimo. Beatrix utilizza la tecnica segreta dei Cinque Colpi delle Dita che Fanno Esplodere il Cuore, Bill comprende immediatamente cosa è successo, compie pochi passi e cade.
Niente eserciti.
Niente esplosioni.
Niente bagno di sangue.
La persona che ha occupato tutta la storia viene eliminata quasi in silenzio.

Perché a quel punto il vero finale non è la morte di Bill.
È Beatrix che parte con sua figlia.
La mattina seguente la vediamo sul pavimento di un bagno, sopraffatta dall’emozione, mentre ripete di essere grata. È uno dei pochi momenti in cui non appare come guerriera, assassina o vendicatrice. Ha finalmente ottenuto ciò che cercava prima ancora che cominciasse il massacro: la possibilità di scegliere la propria vita.
Ed è probabilmente questo che Kill Bill vuole comunicarci davvero.
La vendetta muove tutta la storia, ma non è il vero premio.
Beatrix non vince perché riesce finalmente a uccidere Bill.
Vince perché Bill non può più decidere chi deve essere.
Alla fine della sua lunghissima lista di morti, ciò che recupera non è la vendetta. È la propria identità.
In ogni caso comunque, non posso non lasciarvi con la scena finale, troppo bella...Ciauzzzz🦒











