Capita a molte persone. Nella vita di tutti i giorni rispettano gli altri, aspettano il proprio turno, non alzano la voce e cercano di comportarsi correttamente. Poi arriva una fila al supermercato, un ufficio postale o un casello autostradale e qualcosa cambia. L'attesa diventa quasi insopportabile. Si inizia a guardare continuamente l'orologio, a controllare se la fila accanto scorre più velocemente e, in alcuni casi, nasce perfino il desiderio di essere serviti per primi.
La cosa curiosa è che questo comportamento non ha necessariamente a che fare con l'egoismo.
Molto spesso è il nostro cervello a vivere l'attesa come una piccola minaccia.
La psicologia parla di un fenomeno chiamato "avversione all'attesa". Per il cervello il tempo trascorso senza fare nulla viene percepito come tempo perso. Non è tanto la durata reale dell'attesa a infastidirci, quanto la sensazione di non avere alcun controllo su ciò che sta accadendo. Se aspettiamo dieci minuti leggendo un libro o facendo qualcosa di interessante, il tempo vola. Gli stessi dieci minuti trascorsi immobili in una coda sembrano improvvisamente molto più lunghi.
C'è poi un altro aspetto affascinante.
Le file mettono continuamente alla prova il nostro senso di giustizia. Se vediamo qualcuno passare avanti, anche solo per un motivo apparentemente banale, il fastidio aumenta immediatamente. Non è tanto il ritardo in sé a infastidirci, quanto la sensazione che qualcuno abbia ottenuto un vantaggio immeritato. È uno dei motivi per cui le persone accettano più facilmente una lunga coda ordinata che una coda breve ma caotica.
Esiste anche una spiegazione evolutiva. Per gran parte della storia dell'umanità le risorse erano limitate. Arrivare primi significava avere maggiori probabilità di procurarsi cibo, acqua o un riparo sicuro. Oggi una fila alla cassa non ha nulla a che vedere con la sopravvivenza, ma il nostro cervello conserva ancora alcuni meccanismi sviluppati migliaia di anni fa. Davanti a una coda può inconsciamente attivarsi quella stessa sensazione di competizione che un tempo aveva un valore adattivo.
Naturalmente le persone non reagiscono tutte allo stesso modo. Alcuni riescono ad aspettare con grande tranquillità, altri vivono ogni minuto come una piccola frustrazione. Spesso entrano in gioco anche il carattere, lo stress accumulato, la fretta e persino il modo in cui siamo fatti. Chi tende a essere molto orientato agli obiettivi può percepire ogni ostacolo come un rallentamento inutile, mentre chi ha una maggiore tolleranza alla frustrazione vive l'attesa con molta più serenità.
C'è poi un dettaglio curioso che quasi tutti abbiamo sperimentato almeno una volta. Quante volte abbiamo cambiato fila convinti di aver scelto quella più veloce, per poi vedere avanzare proprio quella che avevamo appena lasciato? Questo fenomeno è così comune da essere stato studiato anche in matematica e nella teoria delle code. Il nostro cervello, però, ricorda soprattutto le volte in cui la scelta si è rivelata sbagliata, rafforzando l'impressione che esista una sorta di "fila maledetta".
Ma allora perché una persona profondamente rispettosa può desiderare di essere servita prima degli altri?
La risposta potrebbe essere sorprendentemente semplice. Non perché pensi di valere più degli altri, ma perché vive l'attesa come qualcosa di estremamente sgradevole. In altre parole, non desidera togliere un diritto agli altri: desidera soltanto smettere di aspettare. Sono due motivazioni molto diverse.
Forse la riflessione più interessante è proprio questa. Fare la fila è una delle poche situazioni quotidiane in cui siamo costretti a rinunciare completamente al controllo. Non possiamo accelerare il tempo, non possiamo decidere il ritmo con cui le persone davanti a noi si muoveranno e, nella maggior parte dei casi, non possiamo fare altro che attendere. Per alcuni è un dettaglio insignificante. Per altri è una piccola sfida psicologica che si ripresenta ogni giorno.
E forse è anche per questo che le file raccontano qualcosa di noi. Non tanto il nostro grado di educazione o di rispetto verso gli altri, quanto il nostro rapporto con il tempo. C'è chi riesce a viverlo con pazienza e chi, invece, sente il bisogno di riempire ogni istante. In fondo, più che una lotta contro la fila, spesso è una lotta contro la sensazione di avere la vita in pausa.
Perché alcune persone non sopportano fare la fila?
La psicologia dietro un comportamento molto più comune di quanto si pensi
di Fabio Campana











