Come può una società moderna arrivare ad accettare che alcuni esseri umani abbiano meno diritti di altri, che vicini di casa vengano esclusi, deportati e infine assassinati? La risposta più comoda sarebbe immaginare milioni di persone improvvisamente trasformate in fanatici, ma la realtà è molto più inquietante perché il nazismo non si appoggia soltanto sull'odio già esistente, sfrutta anche meccanismi psicologici profondamente umani: la paura, il bisogno di appartenenza, la ricerca di spiegazioni semplici, il conformismo, l'obbedienza all'autorità, la tendenza a dividere il mondo tra “noi” e “loro”, la capacità di abituarsi gradualmente a ciò che prima sembrava inaccettabile. La Germania che precede l'ascesa di Hitler attraversa guerra, instabilità politica, inflazione, disoccupazione e poi la Grande Depressione; paura e incertezza spingono molte persone a desiderare ordine e stabilità, mentre Hitler offre esattamente questo insieme a una spiegazione apparentemente semplice dei problemi del paese.
Il primo meccanismo è proprio il bisogno di trovare un colpevole. Quando un problema è enorme e le sue cause sono complesse, accettare che dipenda da economia, politica internazionale, errori istituzionali e trasformazioni sociali richiede uno sforzo molto maggiore rispetto a una risposta semplice: “qualcuno ci sta facendo questo”. Il nazismo costruisce dei capri espiatori e concentra frustrazione e paura su ebrei, comunisti e altri gruppi, recuperando pregiudizi già presenti nella società e trasformandoli in una spiegazione totale. L'antisemitismo nazista non inventa dal nulla l'ostilità verso gli ebrei, ma la radicalizza attraverso stereotipi, teorie del complotto e rappresentazioni che li descrivono contemporaneamente come inferiori e come potentissimi nemici nascosti. È un meccanismo psicologicamente efficace perché trasforma un mondo caotico in una storia semplice: esiste un “noi” innocente ed esiste un “loro” responsabile. A quel punto compare un altro fenomeno fondamentale, la polarizzazione tra gruppo interno e gruppo esterno. Il regime promette ai tedeschi considerati razzialmente accettabili di appartenere a una grande comunità nazionale, la Volksgemeinschaft, e proprio mentre rafforza il senso del “noi” definisce sempre più rigidamente chi deve restarne fuori. Appartenere diventa gratificante perché significa sentirsi parte di qualcosa di grande, essere riconosciuti, avere un'identità collettiva e condividere un destino; l'altra faccia della stessa operazione è che chi resta fuori può essere percepito sempre meno come individuo e sempre più come membro indistinto di una categoria nemica.
Poi entra in gioco il conformismo, forse uno dei meccanismi più sottovalutati. Essere l'unica persona che non saluta, che non partecipa, che contesta ciò che tutti sembrano accettare ha un costo psicologico e, in una dittatura, può avere anche un costo concreto. Il nazismo occupa progressivamente scuole, associazioni, cultura, stampa e organizzazioni giovanili, rendendo la propria presenza quasi inevitabile nella vita quotidiana; la Gioventù Hitleriana, per esempio, utilizza uniformi, rituali, canzoni, attività comuni e una forte pressione verso l'omogeneità, mentre il regime cerca contemporaneamente di indebolire le fonti alternative di influenza come gruppi giovanili indipendenti, famiglie, insegnanti e organizzazioni religiose. A quel punto può verificarsi una dinamica particolarmente potente: non devo necessariamente credere fino in fondo a qualcosa per comportarmi come se ci credessi. Posso adeguarmi perché tutti gli altri lo fanno, perché voglio evitare problemi, perché desidero appartenere al gruppo o semplicemente perché il comportamento dominante diventa la normalità. E quando migliaia di persone fanno la stessa cosa, ognuna diventa per le altre una prova apparente che quel comportamento sia normale. Decenni dopo, gli studi classici sul conformismo mostrano quanto la pressione del gruppo possa modificare anche giudizi apparentemente semplici, ma sarebbe sbagliato usare quegli esperimenti come una spiegazione completa del nazismo: mostrano una vulnerabilità generale dell'essere umano, non cancellano responsabilità, convinzioni personali o possibilità di resistenza.
A questo si aggiunge l'obbedienza all'autorità. Una persona compie più facilmente un'azione problematica quando non la percepisce come una decisione interamente propria ma come l'esecuzione di un ordine, di una legge o di un compito previsto dal proprio ruolo. Il regime nazista costruisce una struttura fortemente gerarchica nella quale il Führer viene presentato come autorità superiore e apparati amministrativi, polizia, esercito, professionisti e funzionari possono partecipare a pezzi differenti del sistema. Anche qui gli studi di Stanley Milgram, realizzati molti anni dopo la guerra, diventano famosi proprio perché mostrano quanto una situazione autoritaria possa spingere persone comuni a continuare azioni che provocano loro un forte conflitto morale; non dimostrano però che i perpetratori nazisti siano semplicemente “persone che obbediscono”, perché motivazioni, antisemitismo, carriera, opportunismo, convinzione politica e iniziativa personale hanno anch'essi un ruolo. Il punto più inquietante è un altro: la responsabilità può frammentarsi. Uno compila un documento, un altro sequestra una proprietà, un altro organizza un trasporto, un altro sorveglia un treno, un altro esegue un ordine. Quando ciascuno controlla soltanto una piccola parte del processo diventa psicologicamente più facile raccontarsi di non essere responsabili dell'esito complessivo.
Ma perché la violenza estrema non provoca immediatamente un rifiuto collettivo? Una delle risposte sta nella gradualità. Il nazismo non passa in un giorno da una democrazia alla Shoah. Prima modifica il linguaggio, poi limita diritti e libertà, esclude persone da professioni e istituzioni, introduce discriminazioni legali, confisca beni, segrega, deporta e infine radicalizza la persecuzione fino allo sterminio. L'Olocausto stesso viene descritto dagli storici come un processo evolutivo che si sviluppa nel corso degli anni. Psicologicamente la gradualità è decisiva perché il nostro metro della normalità può spostarsi. Una misura che sarebbe sembrata intollerabile cinque anni prima può apparire meno estrema dopo cinquanta piccoli cambiamenti intermedi. Ogni nuovo passo viene confrontato non con la situazione iniziale, ma con quella immediatamente precedente. A questo processo contribuisce anche la deumanizzazione: se un gruppo viene descritto continuamente come contaminante, pericoloso, parassitario o estraneo alla comunità, diventa più facile ridurne mentalmente l'individualità e diminuire l'empatia nei suoi confronti. La propaganda nazista utilizza sistematicamente stereotipi e immagini disumanizzanti, mentre censura le alternative e cerca di controllare giornali, radio, cinema, libri e arti affinché la popolazione incontri sempre più spesso la stessa rappresentazione della realtà.
Qui compare un altro fenomeno molto umano: la razionalizzazione. Quando partecipiamo a un sistema ma vogliamo continuare a considerarci persone rispettabili, la mente possiede un modo efficace per ridurre il conflitto: cambia la spiegazione di ciò che stiamo facendo. “Non posso farci niente”, “è la legge”, “probabilmente qualcosa avranno fatto”, “se fosse davvero così grave qualcuno interverrebbe”, “io non sto facendo direttamente del male a nessuno”. In termini psicologici è vicino al problema della dissonanza cognitiva e del disimpegno morale: invece di modificare necessariamente il comportamento, possiamo modificare il modo in cui lo interpretiamo. Lo stesso vale per chi osserva. Il termine bystander, spettatore, viene utilizzato dagli storici dell'Olocausto proprio per descrivere una categoria molto eterogenea di persone che assistono alla crescente persecuzione senza intervenire, ma è importante non immaginarle tutte come identiche: alcuni sono indifferenti, altri hanno paura, altri approvano, altri traggono vantaggi, altri non comprendono pienamente ciò che sta accadendo e alcuni invece decidono di aiutare o resistere. Il silenzio degli altri, però, può produrre un'illusione potentissima: se nessuno protesta apertamente, ciascuno può pensare che gli altri siano d'accordo. E più questa impressione cresce, più diventa difficile essere il primo a rompere il silenzio.
C'è infine la paura, e sarebbe sbagliato dimenticarla. Il regime nazista non governa esclusivamente attraverso il consenso: elimina gli altri partiti, limita libertà fondamentali, perseguita gli oppositori e costruisce un apparato repressivo che rende la dissidenza pericolosa. Ma anche qui la realtà non è bianca o nera. Non tutti obbediscono perché terrorizzati, non tutti sono fanatici, non tutti sono inconsapevoli e non tutti resistono. Alcune persone credono nell'ideologia, altre si adattano, altre approfittano delle opportunità create dall'espulsione di colleghi e concorrenti, altre hanno paura e altre ancora scelgono di opporsi nonostante il rischio. Le fonti sull'Olocausto insistono proprio sulla varietà delle motivazioni di collaboratori, spettatori e perpetratori. Ed è importante ricordarlo perché altrimenti una spiegazione psicologica rischia di diventare un alibi: dire che l'essere umano è influenzabile non significa dire che non possa scegliere.
Forse è proprio questa la lezione più scomoda. Hitler non trova un pulsante segreto capace di trasformare automaticamente una società in una dittatura, costruisce un ambiente nel quale molte fragilità umane possono rafforzarsi a vicenda. La paura aumenta il desiderio di ordine, il desiderio di ordine rende più attraente un'autorità forte, l'autorità indica un nemico, il gruppo conferma che quel nemico esiste, la propaganda ripete la stessa rappresentazione, il linguaggio riduce l'empatia, le discriminazioni diventano gradualmente normali, il silenzio degli altri rende più difficile dissentire e la responsabilità distribuita permette a molte persone di sentirsi soltanto un piccolo ingranaggio.
È per questo che studiare la psicologia del nazismo non serve soltanto a chiedersi come sia stato possibile allora. Serve a riconoscere qualcosa di molto più vicino: quanto diventa fragile il nostro giudizio quando abbiamo paura, quando tutti intorno a noi sembrano pensarla allo stesso modo e quando qualcuno ci offre contemporaneamente un gruppo a cui appartenere e un nemico da accusare.
Il pericolo non comincia quando una società smette improvvisamente di essere umana. Comincia quando, un passo alla volta, riesce a convincersi che alcune persone lo siano un po’ meno delle altre.
Le fragilità umane che Hitler sfrutta: la psicologia dietro il nazismo
di Fabio Campana











