Quando incontriamo un’informazione che conferma ciò che pensiamo, tendiamo ad accoglierla con facilità. Se invece la stessa informazione mette in discussione le nostre convinzioni, diventiamo improvvisamente molto più esigenti. Controlliamo la fonte, cerchiamo errori nel ragionamento e immaginiamo tutte le possibili obiezioni. Questo meccanismo prende il nome di bias di disconferma.

È simile al bias di conferma, ma agisce in modo leggermente diverso. Nel bias di conferma cerchiamo e ricordiamo soprattutto ciò che ci dà ragione. In quello di disconferma sottoponiamo le idee contrarie alle nostre a un controllo molto più severo rispetto a quello che riserviamo alle informazioni favorevoli. Non ci limitiamo a dubitare: lavoriamo attivamente per trovare un motivo che ci permetta di respingerle.

Una ricerca di Kari Edwards ed Edward Smith mostra che le persone impiegano più tempo ad analizzare gli argomenti incompatibili con le proprie convinzioni, formulano più obiezioni e finiscono per giudicarli più deboli. Il problema non consiste quindi nella mancanza di ragionamento. Al contrario, spesso ragioniamo moltissimo, ma utilizziamo questa capacità principalmente per difendere la conclusione alla quale siamo già arrivati.

Il bias compare facilmente nelle discussioni politiche, ma non riguarda soltanto i grandi temi. Una persona convinta che una determinata dieta funzioni considera credibile una testimonianza positiva e trova subito mille limiti in uno studio che la mette in dubbio. Chi pensa che un collega sia inaffidabile interpreta un suo errore come una conferma, mentre considera ogni comportamento corretto un’eccezione. Anche nei rapporti personali possiamo ascoltare con attenzione soltanto per preparare la risposta, invece di verificare se l’altro stia dicendo qualcosa di vero.

Avere dubbi non è sbagliato. Un’affermazione sorprendente merita controlli e non tutte le fonti hanno lo stesso valore. Il bias nasce quando cambiamo il livello di severità in base alla conclusione: una prova debole ci sembra sufficiente se ci dà ragione, mentre ne pretendiamo una perfetta quando ci contraddice.

Per limitarlo possiamo partire da una domanda concreta: “Questa informazione mi convincerebbe se sostenesse la posizione opposta?”. Se la risposta cambia, probabilmente stiamo utilizzando due criteri diversi. Possiamo anche stabilire prima quali prove consideriamo valide, evitando di modificare le regole quando scopriamo che il risultato non ci piace.

Un altro esercizio consiste nel formulare la versione migliore dell’idea contraria, senza ridicolizzarla o semplificarla. Prima di confutarla, proviamo a spiegarla in un modo che anche chi la sostiene riconoscerebbe come corretto. Questo passaggio non ci obbliga a cambiare opinione, ma ci impedisce di vincere contro una posizione che nessuno ha realmente espresso.

È utile anche chiederci che cosa potrebbe farci cambiare idea. Se la risposta è “nulla”, non stiamo più valutando una convinzione: la stiamo proteggendo. Ammetterlo non significa essere poco intelligenti. Significa riconoscere che alcune idee diventano parte della nostra identità e che abbandonarle può sembrare più doloroso che ignorare i fatti.

Il bias di disconferma ci ricorda che pensare molto non equivale sempre a pensare bene. Possiamo costruire argomentazioni sofisticate e restare comunque prigionieri del punto dal quale partiamo. Il vero esercizio critico non consiste nel trovare difetti nelle idee degli altri, ma nell’applicare la stessa precisione anche alle nostre.