L’ultimo samurai esce nel 2003 e ha come protagonista Nathan Algren, interpretato da Tom Cruise. Algren è un veterano americano segnato dalla guerra, dall’alcol e dai ricordi delle campagne militari contro i nativi americani. Accetta di andare in Giappone per addestrare un nuovo esercito imperiale secondo tecniche occidentali. Dovrebbe insegnare ai soldati giapponesi come sconfiggere i samurai. Finisce invece per essere catturato proprio dagli uomini che dovrebbe combattere. Warner Bros. presenta il film come lo scontro tra il Giappone moderno che sta nascendo e un mondo samurai destinato a tramontare.

Il primo punto importante è che Algren non arriva in Giappone come un uomo sicuro della superiorità occidentale. È già in crisi. Ha combattuto, obbedito agli ordini e visto atrocità che non riesce più a giustificare. La modernità militare che dovrebbe esportare non gli appare quindi come progresso puro. Sa perfettamente che fucili, cannoni e organizzazione possono rendere un esercito più efficiente, ma ha anche visto cosa succede quando l’efficienza viene separata dalla responsabilità morale.

Per questo il villaggio di Katsumoto lo colpisce così profondamente.

All’inizio Algren vede soprattutto persone che combattono secondo regole antiquate. Poi comincia a osservare la loro quotidianità: allenamento, rituali, silenzio, attenzione ai gesti, rapporto con la morte e senso del dovere. Non diventa immediatamente “giapponese” e il film non sta semplicemente dicendo che i samurai sono migliori degli americani. Quello che Algren trova è qualcosa che nella propria vita ha perso: una struttura capace di dare significato alle azioni.

Il suo cambiamento passa infatti attraverso la disciplina.

Algren è abituato alla violenza, ma non al controllo di sé. Sa combattere, ma vive in modo caotico. Beve per spegnere i ricordi e reagisce alla propria sofferenza cercando di anestetizzarla. Nel villaggio, invece, incontra persone che ripetono gli stessi movimenti fino alla precisione, accettano la fatica e cercano una forma di equilibrio anche sapendo che il loro mondo potrebbe scomparire.

È qui che assume particolare importanza la famosa idea di “troppi pensieri”. Durante l’allenamento Algren continua a preoccuparsi dell’avversario, della spada, delle persone che lo osservano e di ciò che potrebbe accadere. Solo quando smette di anticipare ogni possibile errore comincia davvero a combattere.

Non è una formula mistica.

È un modo molto concreto per mostrare il suo problema: Algren vive continuamente nel passato o nella paura del futuro e quasi mai nel momento presente.

Il villaggio dei samurai diventa quindi meno importante come luogo geografico e più importante come condizione mentale. Per la prima volta dopo anni, Algren dorme, mangia, si allena e svolge un’attività senza cercare di fuggire da se stesso.

Questo spiega anche il rapporto con Taka, la vedova del guerriero che Algren uccide durante la battaglia iniziale. La situazione è volutamente scomoda. Taka deve ospitare l’uomo responsabile della morte del marito e non c’è una riconciliazione immediata. Il loro rapporto cresce attraverso gesti molto piccoli, proprio perché il film vuole mostrare che Algren non può cancellare ciò che ha fatto.

Può soltanto assumersene il peso e comportarsi diversamente da quel momento in poi.

Il regista Edward Zwick descrive proprio la responsabilità personale come uno dei temi che lo interessano nel percorso di Algren. Secondo lui, una parte della trasformazione del personaggio consiste nello smettere di attribuire tutto ciò che gli accade a cause esterne e affrontare finalmente le proprie azioni.

Poi c’è Katsumoto.

Ridurre Katsumoto al “samurai che non vuole il progresso” fa perdere quasi completamente il senso del personaggio. Katsumoto non combatte semplicemente contro treni, armi moderne o vestiti occidentali. È fedele all’imperatore e considera la propria opposizione un tentativo di impedirgli di dimenticare ciò su cui il nuovo Giappone viene costruito.

La contraddizione è fondamentale: Katsumoto combatte il governo senza considerarsi un nemico dell’imperatore.

Il suo problema non è che il Giappone cambi.

È come cambia.

Il film mostra funzionari e uomini d’affari pronti ad adottare qualsiasi modello occidentale perché lo associano automaticamente al progresso. La tecnologia non viene presentata come malvagia: il problema nasce quando l’imitazione dell’Occidente diventa così rapida da trasformarsi in rifiuto della propria identità.

Ed è probabilmente questo il vero messaggio politico di L’ultimo samurai.

Una società può modernizzarsi senza dover disprezzare tutto ciò che esisteva prima.

Il nuovo non è automaticamente migliore perché è nuovo.

Il vecchio non è automaticamente giusto perché è antico.

La difficoltà consiste nel capire cosa conservare e cosa lasciare andare.

Ed è interessante che la storia abbia una base reale, anche se il film la modifica profondamente. Katsumoto è ispirato soprattutto a Saigō Takamori, samurai e uomo politico realmente esistito. Saigō partecipa alla Restaurazione Meiji e ricopre incarichi importanti nel nuovo governo, prima di allontanarsene e diventare il punto di riferimento della rivolta di Satsuma del 1877.

Questo dettaglio rende la vicenda storica ancora più interessante di quella cinematografica: il modello reale di Katsumoto non è semplicemente un uomo del passato che rifiuta il nuovo Giappone. Contribuisce inizialmente a costruirlo.

Il conflitto nasce quando le riforme cambiano radicalmente il ruolo della classe samurai. La coscrizione obbligatoria toglie ai guerrieri il monopolio delle armi, vengono aboliti privilegi tradizionali e nel 1876 un decreto vieta ai samurai di portare pubblicamente le due spade che rappresentano il loro status. Nel 1877 la tensione esplode nella ribellione di Satsuma, l’ultima grande insurrezione samurai contro il governo Meiji.

Il film prende quindi un conflitto reale, ma lo romanticizza molto.

Nathan Algren è un personaggio di fantasia. Anche la sua cattura, la vita nel villaggio di Katsumoto e il ruolo decisivo che assume nella ribellione appartengono alla storia cinematografica. Zwick stesso, parlando ad Harvard, riassume il rapporto del film con la storia in modo molto efficace: la vicenda è contemporaneamente vera e non vera. Il conflitto tra modernizzazione occidentale e cultura tradizionale è storico, mentre molti personaggi e avvenimenti vengono costruiti per la narrazione.

C’è inoltre un dettaglio che il film semplifica parecchio: i veri samurai della rivolta di Satsuma non combattono soltanto con katane, archi e cavalli contro fucili moderni.

Utilizzano anche armi da fuoco.

La contrapposizione visiva del film — esercito industriale da una parte e guerrieri tradizionali dall’altra — funziona magnificamente al cinema, ma rende il conflitto storico molto più netto di quanto sia realmente.

Anche la battaglia finale richiama un episodio reale: la battaglia di Shiroyama, nel settembre 1877, durante la quale le ultime forze di Saigō Takamori vengono sconfitte dall’esercito imperiale. Saigō muore alla fine della rivolta.

È proprio qui che il titolo L’ultimo samurai acquista un significato interessante.

Non indica necessariamente soltanto Katsumoto.

Può riferirsi a un intero mondo che sta terminando.

La battaglia finale non è costruita davvero intorno alla possibilità che i samurai vincano. Katsumoto sa che militarmente la situazione è quasi impossibile.

Quello che vuole ottenere è che la propria morte costringa il Giappone a ricordare ciò che sta perdendo. Da un punto di vista pratico può sembrare assurdo: uomini a cavallo si lanciano contro mitragliatrici e armi moderne.

Ma il film non tratta quella carica come una strategia militare.

La tratta come un messaggio.

Ed è significativo che, alla fine, persino i soldati dell’esercito imperiale si inginocchino davanti ai samurai caduti. Non significa che improvvisamente rifiutino il nuovo Giappone. Riconoscono che quelle persone rappresentano comunque una parte della loro storia.

Il vero avversario del film, quindi, non è la modernità.

È l’amnesia.

Questo diventa evidente nella scena in cui Algren consegna all’imperatore la spada di Katsumoto.

L’imperatore non decide di riportare il Giappone all’epoca feudale. Capisce invece che costruire il futuro non può significare semplicemente dimenticare chi si era.

È una conclusione molto più equilibrata della contrapposizione superficiale “samurai buoni, Occidente cattivo”.

E infatti la storia reale è ancora più complessa. Saigō Takamori non è soltanto vittima della modernizzazione: è stato uno dei protagonisti della trasformazione politica del Giappone prima di ribellarsi alla direzione assunta dal nuovo governo.

C’è poi una chicca cinematografica particolarmente riuscita: gran parte del Giappone che vediamo nel film non è in Giappone.

Molte scene vengono girate nella regione di Taranaki, in Nuova Zelanda. La Uruti Valley viene trasformata nel villaggio samurai e il monte Taranaki sostituisce visivamente il Monte Fuji. Anche alcune scene di addestramento, cavalli e battaglie vengono realizzate nella stessa regione. Tourism New Zealand documenta ancora oggi i luoghi utilizzati dalla produzione.

Tom Cruise, invece, si prepara fisicamente per mesi prima delle riprese. In un’intervista dell’epoca racconta di avere affrontato circa otto mesi di allenamento intenso nelle arti marziali giapponesi e nel combattimento con la spada; Edward Zwick sottolinea che l’obiettivo è permettere allo spettatore di vedere realmente l’evoluzione fisica del personaggio invece di nasconderla attraverso il montaggio.

La cosa funziona perché anche l’allenamento dell’attore rispecchia quello di Algren.

All’inizio i movimenti sono pesanti.

Poi diventano progressivamente più naturali.

Non dovrebbe però farci pensare che Algren diventi realmente un samurai in pochi mesi nel senso storico del termine. È una compressione cinematografica. La cultura samurai non consiste semplicemente nel saper utilizzare una katana. Il film stesso, nei suoi momenti migliori, prova infatti a suggerire che la trasformazione importante non riguarda la tecnica.

Riguarda il modo in cui Algren torna a vivere.

Una delle interpretazioni più riuscite del film è proprio quella di Ken Watanabe. All’epoca non è ancora la star internazionale che diventerà successivamente, e Katsumoto gli porta una candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista. Il film ottiene in totale quattro candidature agli Academy Awards del 2004, anche per scenografia, costumi e sonoro.

Watanabe evita soprattutto di interpretare Katsumoto come un guerriero costantemente solenne. Ride, scherza, scrive poesie, osserva i fiori e accetta la morte senza passare l’intero film a parlare di morte.

Ed è importante perché il film associa il samurai non soltanto alla capacità di morire bene.

Lo associa alla capacità di prestare attenzione alla vita mentre c’è.

Il momento dei fiori di ciliegio riassume perfettamente questa idea. Katsumoto trascorre la vita cercando il fiore perfetto, ma verso la fine comprende che non esiste un singolo fiore da isolare dagli altri: possono essere tutti perfetti.

La frase funziona perché arriva quando lui stesso sta morendo.

Ha cercato per tutta la vita un ideale assoluto.

Solo alla fine comprende che la bellezza non richiede necessariamente la perfezione che immaginava.

E anche questo vale per Algren.

Non può cancellare il proprio passato.

Non può riportare in vita le persone morte.

Non può diventare improvvisamente qualcuno senza colpe.

Può però smettere di utilizzare quelle colpe come motivo per distruggersi.

Per questo L’ultimo samurai non racconta davvero la trasformazione di un americano in un samurai.

Racconta un uomo che incontra una cultura diversa nel momento esatto in cui ha perso qualsiasi fiducia nella propria vita e trova in essa gli strumenti per ricostruirsi.

E contemporaneamente racconta un Paese che affronta il problema opposto.

Algren deve imparare ad andare avanti senza cancellare il passato.

Il Giappone deve imparare esattamente la stessa cosa.

È probabilmente questo che L’ultimo samurai vuole comunicarci davvero:

cambiare è inevitabile. Dimenticare, invece, è una scelta.

Il progresso diventa veramente progresso soltanto quando riesce a portarci avanti senza obbligarci a disprezzare tutto ciò che ci ha portati fin lì.