Inception esce nel 2010 ed è diretto da Christopher Nolan. Leonardo DiCaprio interpreta Dom Cobb, uno specialista nell’estrazione: entra nei sogni delle persone e ruba informazioni dal loro subconscio. La missione centrale, però, richiede qualcosa di molto più difficile. Cobb e la sua squadra non devono prendere un’idea dalla mente di Robert Fischer, ma mettercene una. Da qui nasce il titolo: l’“inception” è il momento in cui un’idea viene piantata abbastanza profondamente da essere percepita dalla persona come propria.
Ed è proprio qui che il film introduce il suo tema più importante. Un’idea non deve essere fisicamente reale per produrre conseguenze reali. Possiamo cambiare lavoro, lasciare qualcuno, dedicare anni a un progetto o distruggere una relazione perché crediamo profondamente in qualcosa. Una volta che un’idea viene accettata come nostra, distinguere da dove sia arrivata può diventare quasi impossibile.
La missione di Fischer rende questo meccanismo evidente. La squadra potrebbe semplicemente dirgli che suo padre voleva che smembrasse l’azienda di famiglia, ma non funzionerebbe. Fischer deve arrivare autonomamente a quella conclusione. Cobb e gli altri costruiscono quindi un percorso emotivo nel quale il giovane interpreta il rapporto con il padre in modo nuovo. L’idea funziona perché non viene presentata come un ordine esterno: diventa parte della sua identità.
Questa dinamica riguarda però anche Cobb.
Per gran parte del film sembra essere il professionista che conosce perfettamente le regole dei sogni. Sa creare livelli, riconoscere proiezioni, utilizzare totem e organizzare il risveglio. Ma proprio lui è il personaggio che ha perso maggiormente il controllo sulla propria mente.
Il problema è Mal.
La moglie di Cobb è morta, ma continua a comparire nei suoi sogni come una proiezione del senso di colpa. Cobb sa perfettamente che quella donna non è realmente Mal. Eppure non riesce a smettere di costruirla.
Questo dettaglio cambia completamente il significato di Inception. Cobb guadagna da vivere entrando nella mente degli altri, ma non riesce a controllare la propria.
Il motivo nasce da ciò che accade nel limbo. Cobb e Mal trascorrono lì un tempo apparentemente lunghissimo, costruendo insieme un’intera realtà. Per convincerla a tornare nel mondo reale, Cobb impianta nella sua mente un’idea: quel mondo non è reale.
L’inception funziona.
Troppo bene.
Una volta sveglia, Mal continua a dubitare della realtà e finisce per convincersi che anche il mondo normale sia soltanto un altro livello del sogno. L’idea piantata da Cobb non si spegne quando raggiunge lo scopo per cui viene creata.

Diventa autonoma.
Ed è probabilmente il vero avvertimento del film: non possiamo controllare completamente ciò che succede dopo aver messo un’idea nella testa di qualcuno.
È anche il motivo per cui Cobb porta con sé un senso di colpa enorme. Non considera la morte di Mal soltanto una tragedia. Sa di avere modificato intenzionalmente la sua percezione della realtà e sente di aver contribuito direttamente a ciò che accade dopo.
Ariadne capisce rapidamente che il vero pericolo della missione non è Fischer.
È Cobb.
Il nome della ragazza non è casuale. Nella mitologia greca Arianna aiuta Teseo a uscire dal labirinto dopo l’uccisione del Minotauro. Nel film Ariadne è letteralmente un’architetta che costruisce labirinti, ma svolge anche la stessa funzione simbolica: entra nella mente di Cobb e cerca di guidarlo fuori dal labirinto che si è costruito da solo.

Ed è significativo che sia proprio lei a obbligarlo continuamente ad affrontare Mal invece di nasconderla.
Nolan costruisce quindi due heist contemporaneamente.
Quello evidente consiste nell’entrare nella mente di Fischer.
Quello più importante consiste nel riuscire a far uscire Cobb dalla propria.
Christopher Nolan racconta che l’idea di Inception nasce inizialmente come un film di rapina. Il problema è che le classiche storie di heist tendono a essere molto meccaniche: c’è un obiettivo, una squadra, un piano e una serie di ostacoli. Nolan comprende quindi che per far funzionare davvero una storia ambientata nei sogni deve inserire al centro qualcosa di emotivo. È così che la vicenda di Cobb e Mal diventa il vero cuore del film. Nolan lavora sull’idea complessiva per circa dieci anni prima di arrivare alla forma definitiva.
Anche i diversi livelli del sogno non sono soltanto un esercizio di complicazione narrativa. Più la squadra scende in profondità, più il tempo rallenta. Pochi secondi nel livello superiore possono diventare minuti, ore o molto di più nei livelli inferiori.
Questo permette a Nolan di fare qualcosa di particolare nel finale: mostrare contemporaneamente eventi che durano tempi completamente diversi.
Il furgone cade lentamente dal ponte.
Nel livello dell’hotel passa molto più tempo.
Nella fortezza innevata ne passa ancora di più.
E nel limbo la percezione può dilatarsi enormemente.
Nolan spiega di avere immaginato proprio questa grande sequenza finale molto prima di riuscire a costruire tutto ciò che doveva portare fino a lì. Per aiutare lo spettatore a orientarsi, i livelli vengono resi visivamente differenti: pioggia nel primo, interni notturni nel secondo, neve nel terzo.
La cosa interessante è che, nonostante Inception sia un film sul mondo dei sogni, Nolan cerca continuamente di renderli fisici.
La celebre scena del combattimento nel corridoio dell’hotel ne è l’esempio migliore. Quando il furgone comincia a ruotare nel livello superiore, la gravità cambia nel sogno di Arthur. Invece di affidare completamente la sequenza alla grafica digitale, la produzione costruisce un enorme corridoio capace di ruotare realmente.
Il set supera i trenta metri di lunghezza e può compiere una rotazione completa. Joseph Gordon-Levitt si allena per settimane per riuscire a combattere mentre pareti e pavimento cambiano continuamente posizione. Gran parte di ciò che vediamo quindi non è un attore aggiunto successivamente al computer: il pavimento sta davvero diventando una parete sotto i suoi piedi.

È una scelta perfettamente coerente con il film. Inception parla continuamente di realtà artificiali, ma Nolan vuole che quelle realtà possiedano peso, gravità e consistenza.
Anche la musica nasconde una chicca notevole.
Per svegliare i sognatori viene utilizzata Non, je ne regrette rien di Édith Piaf. Hans Zimmer prende quella canzone e ne rallenta enormemente alcuni elementi per costruire parte della colonna sonora. La musica che percepiamo nel film può quindi essere interpretata quasi come la canzone di Piaf che arriva da un livello superiore del sogno, deformata dal differente scorrere del tempo. Zimmer conferma di avere utilizzato proprio quel rallentamento come uno degli indizi nascosti nella struttura musicale.
La coincidenza è ancora più curiosa perché Marion Cotillard, che interpreta Mal, aveva vinto pochi anni prima l’Oscar interpretando proprio Édith Piaf in La Vie en Rose.
Ma il simbolo più famoso di Inception rimane naturalmente la trottola.
Cobb utilizza un totem per verificare se si trova in un sogno. Nel mondo reale la trottola dovrebbe prima o poi cadere; in un sogno potrebbe continuare a girare indefinitamente.
Anche qui esiste una curiosità: Nolan racconta che l’idea nasce da una vera trottola che anni prima aveva regalato a sua moglie. Per le riprese viene poi costruito un oggetto con una forma adatta a girare bene davanti alla macchina da presa e, secondo Nolan, tutte le riprese della trottola che gira sono reali.
Poi arriva il finale.
Cobb riesce a tornare a casa.
Vede finalmente i propri figli.
Appoggia la trottola sul tavolo.
La fa girare.
Poi smette di guardarla.
La telecamera rimane invece lì.
La trottola sembra avere una leggerissima oscillazione.

E il film si interrompe.
Per anni la domanda diventa inevitabile:
Cobb sta ancora sognando?
Ma è probabilmente la domanda meno importante del finale.
Christopher Nolan lo dice abbastanza chiaramente: l’elemento emotivo decisivo è che Cobb non guarda più la trottola. All’inizio del film ha bisogno del totem perché non si fida della propria percezione della realtà. Alla fine sceglie di andare dai figli senza aspettare il risultato.
Questo non significa necessariamente che Nolan stia dicendo che realtà e sogno siano la stessa cosa.
Significa che per Cobb la necessità ossessiva di verificarlo è finita.
Nolan ha spiegato anche di avere una propria risposta su ciò che accade realmente nel finale, ma di voler mantenere l’ambiguità perché lo spettatore vive la storia attraverso la prospettiva soggettiva di Cobb. L’ambiguità, secondo lui, funziona solo se l’autore possiede comunque una propria interpretazione solida di ciò che sta succedendo.
Anni dopo approfondisce ancora il concetto: Cobb raggiunge i figli e decide di accettare quella realtà come propria. Non aspetta più che un oggetto gli dica se ciò che sta vivendo meriti di essere considerato reale. Nolan descrive proprio il finale come una riflessione sulla natura soggettiva della realtà.
Ed è qui che la trottola diventa meno importante di quanto sembri.
Per tutto il film Cobb pensa che la soluzione sia sapere con certezza.
Alla fine comprende che la sua vera prigione non è necessariamente un sogno.
È l’incapacità di lasciar andare Mal.
Finché continua a ricrearla, il passato rimane più forte del presente. Quando finalmente accetta che la Mal dei sogni è soltanto una proiezione costruita dalla sua mente, può smettere di tentare di riportarla indietro.
Il vero risveglio di Cobb quindi non avviene quando apre gli occhi sull’aereo.
Avviene quando smette di vivere dentro il proprio senso di colpa.
Questo spiega anche perché il film termini con i figli e non con una spiegazione scientifica del funzionamento dei sogni.
Inception non vuole realmente dirci che la realtà potrebbe essere falsa.
Vuole mostrarci quanto facilmente la nostra percezione della realtà venga costruita da ricordi, desideri, paure e idee.
Fischer cambia perché accetta una nuova interpretazione del padre.
Mal si distrugge perché non riesce più a liberarsi da un’idea.
Cobb rimane intrappolato perché continua a ricostruire il passato.
Tutti i personaggi più importanti vengono quindi governati non tanto da ciò che succede nel mondo esterno, ma da ciò che credono sia vero.
Ed è probabilmente questo che Inception vuole comunicarci davvero.
Un’idea può essere abbastanza potente da cambiare una vita.
Un ricordo può diventare una prigione.
E cercare una certezza assoluta può impedirci di vivere ciò che abbiamo davanti.
Per questo, alla fine, Nolan non ci mostra se la trottola cade.
Perché Cobb ha finalmente capito qualcosa che noi spettatori facciamo più fatica ad accettare:
a volte continuare a guardare la trottola significa perdere ciò che sta succedendo accanto a noi.











