Seven esce nel 1995, è diretto da David Fincher e segue due detective completamente diversi. William Somerset è metodico, riflessivo, prossimo alla pensione e ormai disilluso dalla città in cui vive. David Mills è giovane, impulsivo, sicuro di poter fare la differenza. Quando iniziano a comparire omicidi costruiti intorno ai sette peccati capitali — gola, avarizia, accidia, lussuria, superbia, invidia e ira — i due capiscono di non avere davanti un assassino che uccide semplicemente per piacere. John Doe vuole costruire un'opera. E soprattutto vuole che qualcuno la guardi.

È questa la prima chiave per capire il significato di Seven. John Doe non considera le proprie vittime persone uccise casualmente. Le utilizza come simboli. Trasforma esseri umani in messaggi e pretende che la società interpreti ciò che fa come una specie di lezione morale. Si considera diverso dagli assassini comuni perché attribuisce alle proprie azioni uno scopo superiore. Ma il film mette subito davanti a noi una contraddizione: per condannare i peccati degli altri, Doe commette atrocità molto peggiori di quelle che pretende di punire.

Il suo vero obiettivo, quindi, non è correggere il mondo. È costringerlo a guardare nella direzione che decide lui.

Somerset lo comprende prima di Mills. Legge Dante, Chaucer, Milton e studia il modo in cui il concetto di peccato attraversa la cultura occidentale. Non perché creda alla missione di Doe, ma perché capisce che per trovare un assassino del genere deve entrare nel suo sistema mentale. Mills vorrebbe invece affrontare il problema come un normale caso di omicidio: trovare il colpevole, arrestarlo e chiudere la pratica. La differenza tra i due detective non riguarda soltanto l'età. Rappresentano due modi opposti di reagire al male.

Somerset pensa troppo e rischia di arrendersi.

Mills agisce troppo velocemente e rischia di perdere il controllo.

John Doe capisce perfettamente entrambe le debolezze.

Anche la città contribuisce al significato del film. Non viene mai identificata chiaramente. Non è ufficialmente New York, Los Angeles o un'altra metropoli precisa. È semplicemente una città sporca, rumorosa, sovraffollata e continuamente attraversata dalla pioggia. Questa scelta la rende quasi universale: potrebbe essere qualsiasi grande città nella quale le persone imparano progressivamente a ignorare ciò che succede intorno a loro.

La sceneggiatura di Andrew Kevin Walker nasce anche dalla sua esperienza personale dopo essersi trasferito a New York. Fincher accentua però deliberatamente l'idea di un luogo senza identità precisa. Gran parte del film viene girata a Los Angeles, ma la pioggia costante contribuisce proprio a cancellare l'immagine solare normalmente associata alla città. Fincher decide di sfruttarla anche per ragioni di continuità e per far percepire che le condizioni sono pessime sia dentro sia fuori dagli edifici.

La pioggia sembra non fermarsi quasi mai finché la storia rimane nella città.

Poi, nel finale, tutto cambia.

John Doe si consegna spontaneamente alla polizia e conduce Mills e Somerset fuori dal centro abitato, in un paesaggio aperto, secco e illuminato dal sole.

È una trasformazione visiva enorme. Per la prima volta sembra quasi che i personaggi siano usciti dall'incubo.

In realtà stanno entrando nella parte peggiore.

Ed è qui che capiamo che tutti gli omicidi precedenti servono principalmente a costruire il finale.

Doe ha già rappresentato cinque peccati. Ne mancano due: invidia e ira.

L'invidia è lui.

L'ira deve diventare Mills.

John Doe ammette di aver invidiato la vita normale del detective, il suo matrimonio e la relazione con Tracy. Per completare il proprio progetto uccide quindi la donna e fa consegnare una scatola nel deserto. Somerset comprende prima di Mills ciò che contiene.

Il film non mostra mai realmente la testa di Tracy.

Ed è una scelta fondamentale.

Fincher ha spiegato recentemente che nella scatola utilizzata sul set ci sono essenzialmente un peso e una parrucca. Non viene costruita una testa mozzata da mostrare allo spettatore perché non serve: Morgan Freeman, Brad Pitt e il montaggio fanno tutto il lavoro necessario.

Probabilmente è proprio per questo che la scena funziona ancora così bene. Lo spettatore costruisce mentalmente un'immagine che il film si rifiuta di mostrare. L'orrore non arriva dall'effetto speciale, ma dalla comprensione.

E a quel punto John Doe ha quasi vinto.

La sua ultima provocazione è perfettamente calibrata sulla personalità di Mills. Non deve costringerlo fisicamente a fare nulla. Gli basta creare una situazione nella quale sa che il detective probabilmente perderà il controllo.

Somerset cerca di fermarlo perché comprende esattamente ciò che sta succedendo: se Mills spara, non sta semplicemente uccidendo l'assassino di sua moglie. Sta completando l'opera di John Doe.

Ed è qui che Seven diventa molto più interessante di una normale storia sul serial killer.

Doe non vuole sopravvivere.

Vuole avere ragione.

Il suo vero successo consiste nel dimostrare che, mettendo una persona nelle condizioni giuste, anche un detective che combatte il crimine può trasformarsi nell'incarnazione di un peccato capitale.

Mills spara.

L'ira è completa.

Doe muore, ma il suo progetto arriva esattamente alla conclusione che aveva previsto.

È una vittoria narrativa terribile perché il cattivo non scappa, non sconfigge fisicamente l'eroe e non conquista nulla. Vince riuscendo a determinare il comportamento del protagonista.

Questo cambia anche il modo in cui possiamo guardare agli altri omicidi. I sette peccati non sono semplicemente un espediente creativo per inventare morti macabre. Doe sta costruendo progressivamente un sistema nel quale vuole dimostrare che l'essere umano è dominato dalle proprie debolezze. Ogni vittima diventa un esempio. Mills, però, deve diventare la dimostrazione finale perché non viene scelto all'inizio come peccatore da punire: viene trasformato nel peccato stesso.

Ed è forse questa la parte più crudele.

Mills pensa per tutto il film di stare inseguendo John Doe.

Alla fine scopre che, almeno nell'ultima parte della storia, è John Doe a guidare lui.

Anche Somerset subisce una trasformazione, ma diversa. All'inizio vuole lasciare il lavoro perché crede che la società sia ormai troppo degradata per essere salvata. Cerca di proteggersi smettendo di partecipare. Tracy gli confida persino di essere incinta e di avere paura di crescere un figlio in quella città. Somerset non riesce a offrirle una risposta rassicurante perché condivide parte del suo pessimismo.

Il finale potrebbe quindi confermare tutto ciò che pensa.

Una donna innocente muore.

Mills viene distrutto.

John Doe riesce a completare il proprio piano.

Eppure Somerset non decide semplicemente di voltarsi dall'altra parte.

È il dettaglio che impedisce a Seven di essere completamente nichilista. Somerset arriva alla conclusione che il mondo non deve essere considerato buono per meritare di essere difeso. Può essere violento, ingiusto e persino incomprensibile, ma questo non elimina la responsabilità di provare a fare qualcosa.

In sostanza, Mills scopre quanto possa essere pericoloso agire senza controllo.

Somerset scopre quanto possa essere pericoloso smettere di agire.

Tra i due estremi si trova probabilmente il vero messaggio del film.

Ci sono poi alcune curiosità su Seven che rendono ancora più interessante il modo in cui Fincher costruisce tutto questo. La prima compare prima ancora che inizi realmente la storia. I titoli di testa mostrano mani, fotografie, lame, pagine, scritte e quaderni. Non sappiamo ancora chi sia John Doe, ma stiamo già osservando il suo lavoro. La sequenza viene realizzata da Kyle Cooper, e Fincher spiega che l'idea consiste proprio nel mostrare i libri, gli appunti e le immagini che ispirano l'assassino prima che il pubblico possa incontrarlo. In un'inquadratura viene persino ritagliata la parola “God” da una banconota, richiamando l'idea che Doe si attribuisca il diritto di giudicare gli altri.

Un'altra chicca riguarda Kevin Spacey. Il suo nome non appare nei titoli iniziali. La scelta serve a impedire al pubblico di sapere che un attore così noto comparirà nel film e quindi di intuire immediatamente chi potrebbe essere John Doe. Spacey viene poi accreditato in modo molto evidente alla fine.

Anche il famoso finale rischia seriamente di non esistere. Lo studio teme che sia troppo cupo e vengono preparate versioni più convenzionali della sceneggiatura. Per un errore, Fincher riceve invece una versione precedente contenente proprio il finale della scatola e accetta il film pensando che quello sia l'epilogo previsto. Quando scopre che lo studio vuole cambiarlo, insiste per conservarlo. Anche Brad Pitt considera essenziale che Mills uccida Doe, perché senza quella scelta verrebbe meno l'intero senso della storia.

Probabilmente Seven non sarebbe diventato Seven con un finale rassicurante.

C'è persino un incidente reale che entra nel film. Durante l'inseguimento sotto la pioggia Brad Pitt cade e il braccio attraversa il parabrezza di un'automobile, provocandogli una ferita che richiede un intervento. La sceneggiatura prevedeva già che Mills si facesse male durante quella parte della storia, ma l'infortunio reale viene incorporato nelle riprese successive.

Tutti questi elementi contribuiscono alla stessa sensazione: Seven non vuole offrire allo spettatore molti punti di sicurezza.

La città non ha nome.

John Doe non ha praticamente una biografia.

Il protagonista che dovrebbe fermarlo perde.

La vittima decisiva non viene mostrata.

Il serial killer muore soddisfatto.

E il film finisce senza restituire veramente l'ordine.

Per questo la domanda “chi ha vinto?” è più interessante di quanto sembri.

Fisicamente John Doe perde: viene ucciso.

Moralmente Mills perde: permette a Doe di decidere quale persona diventerà nel momento più importante.

Somerset rimane l'unico personaggio che, pur avendo visto quanto può essere oscuro il mondo, non accetta completamente né la filosofia dell'assassino né la resa.

Ed è probabilmente questo che Seven vuole comunicarci davvero.

Il male più pericoloso non è necessariamente quello che ci distrugge fisicamente.

È quello che riesce a convincerci ad agire secondo le sue regole.

John Doe trascorre l'intero film cercando di dimostrare che le persone sono schiave dei propri peccati.

Quando Mills preme il grilletto, sembra dargli ragione.

Somerset, invece, rimane.

E forse il piccolo spiraglio lasciato dal film è proprio questo: non possiamo impedire che il male esista, ma possiamo ancora decidere se lasciargli stabilire chi diventiamo.