Quando Il sesto senso esce nelle sale nel 1999, nessuno immagina che diventerà uno dei thriller psicologici più amati di sempre. Diretto da M. Night Shyamalan e interpretato da Bruce Willis, Haley Joel Osment e Toni Collette, incassa quasi 673 milioni di dollariin tutto il mondo partendo da un budget di circa 40 milioni e ottiene sei candidature agli Oscar. Ma i numeri, in questo caso, raccontano solo una parte della storia.

La trama è apparentemente semplice. Cole è un bambino silenzioso, tormentato da un segreto che non riesce a confidare a nessuno. L'unica persona disposta ad ascoltarlo è Malcolm Crowe, uno psicologo infantile deciso ad aiutarlo.

Da qui nasce un racconto che non punta sugli effetti speciali o sugli spaventi improvvisi, ma sull'atmosfera, sul dubbio e sul modo in cui osserviamo ciò che abbiamo davanti agli occhi. Ed è proprio Cole a pronunciare una delle frasi più famose della storia del cinema: "Vedo la gente morta." Bastano quattro parole per entrare nell'immaginario collettivo.

Anche dietro le quinte non mancano le curiosità. Haley Joel Osment aveva soltanto dieci anni quando ottenne la parte e conquistò Shyamalan già durante il provino, presentandosi con una cravatta perché pensava fosse il modo giusto di affrontare un incontro così importante. Bruce Willis, invece, arrivò al film quasi per caso, nell'ambito di un accordo con la Disney che prevedeva la realizzazione di tre pellicole. Nessuno dei due poteva immaginare che quel progetto sarebbe diventato uno dei momenti più importanti della loro carriera.

Ma ciò che rende davvero unico Il sesto senso è il modo in cui è costruito. Shyamalan realizza una sorta di gioco di prestigio cinematografico. Tutti gli indizi sono presenti fin dall'inizio, nessuno viene nascosto allo spettatore. Eppure quasi tutti arrivano alla conclusione sbagliata. Il regista non inganna il pubblico: lascia semplicemente che sia il pubblico a interpretare gli eventi secondo ciò che si aspetta di vedere. Quando arriva il celebre colpo di scena finale, la sorpresa è enorme non perché compaia un elemento nuovo, ma perché improvvisamente ogni scena vista fino a quel momento assume un significato completamente diverso.

È questo il motivo per cui il film migliora alla seconda visione. Anzi, molti sostengono che sia proprio allora che lo si apprezza davvero. Dialoghi, silenzi, inquadrature e perfino piccoli dettagli sullo sfondo acquistano un senso che durante la prima visione era quasi impossibile cogliere. È uno dei rarissimi casi in cui conoscere il finale non rovina l'esperienza, ma la rende ancora più affascinante.

Ridurre Il sesto senso al suo colpo di scena, però, sarebbe un errore. Il soprannaturale è soltanto il linguaggio scelto per raccontare qualcosa di molto più umano: il dolore, il senso di colpa, i rimpianti, il bisogno di essere ascoltati e la difficoltà di lasciar andare chi abbiamo amato. Cole, in fondo, non cerca qualcuno che risolva il suo problema. Cerca semplicemente una persona che gli creda. È questo il cuore emotivo del film, molto più dei fantasmi.

Forse è proprio qui che si nasconde la sua forza. Nella vita, proprio come davanti allo schermo, siamo convinti di vedere la realtà per quella che è. Invece la osserviamo attraverso le nostre aspettative, i nostri pregiudizi e ciò che ci sembra più logico. Il sesto senso ci ricorda che basta cambiare punto di vista perché una storia assuma un significato completamente diverso. E forse non vale soltanto per il cinema. Vale anche per le persone che incontriamo ogni giorno e, qualche volta, perfino per il modo in cui guardiamo noi stessi.