David Hockney dipinge A Bigger Splash nel 1967, durante il periodo in cui vive e lavora in California. La tela è enorme, quasi due metri e mezzo per lato, e rappresenta una piscina davanti a una moderna casa di Los Angeles. Tutto appare immobile: il cielo non contiene nuvole, l’edificio è formato da linee geometriche nette e la superficie della piscina è quasi piatta. L’unico elemento che rompe questa calma è un grande schizzo d’acqua. Qualcuno si è appena tuffato, ma noi arriviamo troppo tardi per vederlo.

È proprio questa assenza a rendere A Bigger Splash così interessante. Hockney non dipinge il tuffatore. Non sappiamo chi sia, non vediamo il corpo e non conosciamo ciò che accade immediatamente prima. Vediamo soltanto la conseguenza della sua azione. In pratica, il protagonista del quadro è una persona che non compare nell’immagine. Lo splash rimane l’unico indizio evidente della presenza umana.

A prima vista A Bigger Splash potrebbe sembrare semplicemente una bella scena californiana. Ed effettivamente la California affascina profondamente David Hockney. Arrivando dall’Inghilterra, rimane colpito dalla luce, dall’architettura moderna e soprattutto dalle piscine, molto più comuni nella vita quotidiana californiana di quanto lo siano nella Gran Bretagna dell’epoca. Le piscine diventano rapidamente uno dei soggetti più riconoscibili della sua pittura e gli permettono anche di affrontare una domanda che lo incuriosisce: come si dipinge qualcosa di trasparente, riflettente e continuamente in movimento come l’acqua?

Ma il significato di A Bigger Splash diventa ancora più interessante quando osserviamo il paradosso centrale del dipinto. Lo splash che vediamo dura nella realtà una frazione di secondo. Hockney, invece, impiega molto tempo per dipingerlo. È proprio questa contraddizione ad affascinarlo: una fotografia può congelare istantaneamente lo schizzo, mentre il pittore rappresenta quel momento rapidissimo costruendolo lentamente con il pennello.

Davanti a noi abbiamo quindi qualcosa che normalmente non riusciremmo mai a osservare in quel modo. Quando una persona si tuffa, l’acqua esplode e ricade quasi immediatamente. L’occhio percepisce il movimento, ma non può studiare ogni singola goccia sospesa. Nel quadro, invece, il tempo si blocca. Possiamo osservare per minuti qualcosa che nella realtà esiste soltanto per un istante.

Ed è qui che A Bigger Splash smette di essere semplicemente “un quadro con una piscina”.

Hockney sta giocando con una delle caratteristiche fondamentali della pittura: può rendere permanente ciò che permanente non è. La casa può restare immobile per anni. Il trampolino può rimanere nello stesso posto. Ma uno splash non può. Eppure sulla tela succede esattamente questo: l’acqua esplode e non ricade mai.

La cosa diventa ancora più evidente osservando quanto sia controllato il resto della scena. Il cielo è quasi una superficie uniforme. La casa appare geometrica, pulita e razionale. Il bordo della piscina crea linee precise. Persino il trampolino sembra indicare il punto verso cui dobbiamo guardare. Poi arriva lo splash: irregolare, caotico, impossibile da controllare. È come se una scena completamente ordinata venisse improvvisamente interrotta da qualcosa di vivo.

Eppure la persona che produce quel caos non c’è.

Questa scelta crea una strana tensione. La scena sembra contemporaneamente piena e vuota. Sappiamo con certezza che qualcuno è presente, perché qualcuno deve essersi tuffato, ma non possiamo vederlo. L’essere umano esiste soltanto attraverso la traccia che lascia dietro di sé.

C’è poi una curiosità su A Bigger Splash che cambia il modo di guardare l’opera: Hockney non inventa completamente la forma dello schizzo. Per questa serie utilizza anche immagini fotografiche come riferimento e la cultura visiva americana entra direttamente nel suo modo di costruire la scena. La fotografia gli permette di osservare ciò che normalmente l’occhio perde: la forma precisa dell’acqua nel momento dell’impatto.

Il dipinto diventa quindi anche un confronto silenzioso tra fotografia e pittura. La macchina fotografica cattura quell’istante in una frazione di secondo. Il pittore può copiarlo, modificarlo, semplificarlo e soprattutto dedicargli molto più tempo di quanto l’evento sia realmente durato. Hockney non prova a competere con la fotografia cercando di essere più realistico. Utilizza ciò che la fotografia riesce a vedere per costruire un’immagine che non pretende affatto di essere naturale.

Persino la superficie della piscina lo dimostra. L’acqua non è dipinta con realismo fotografico. È una grande zona azzurra organizzata attraverso forme e segni. Hockney è interessato proprio alla difficoltà di rappresentare acqua, riflessi e trasparenza attraverso una superficie completamente piatta come quella della tela.

C’è poi il significato sociale della piscina in A Bigger Splash. Oggi una villa con piscina a Los Angeles è un’immagine talmente familiare da sembrarci quasi uno stereotipo. Negli anni Sessanta, per un artista britannico, comunica invece immediatamente un certo tipo di California: sole, modernità, libertà, tempo libero e benessere economico. Le piscine californiane rappresentano qualcosa di glamour, lontano dalla quotidianità britannica dalla quale Hockney proviene.

Ma Hockney non dipinge una festa.

Non ci sono persone che bevono a bordo piscina. Non c’è musica, non c’è conversazione e non vediamo neppure chi si è appena tuffato. Il simbolo di una vita californiana apparentemente perfetta diventa quindi stranamente silenzioso. È un’immagine di piacere senza mostrarci direttamente qualcuno che prova piacere.

Ed è forse proprio per questo che il quadro funziona così bene. Hockney lascia che siamo noi a completare la scena. Immaginiamo il corpo sotto l’acqua, il rumore del tuffo, il caldo, il momento precedente e quello successivo. A Bigger Splash ci mostra pochissimo, ma quel poco basta a costruire mentalmente un’intera situazione.

Anche il titolo è più intelligente di quanto sembri. A Bigger Splash significa letteralmente “uno splash più grande”, ma esiste già un precedente: nel 1966 Hockney realizza The Splash. L’opera del 1967 diventa quindi realmente uno splash “più grande”, anche fisicamente, e appartiene a una serie di esperimenti dedicati allo stesso soggetto.

Un’altra curiosità riguarda proprio il periodo in cui nasce il dipinto. Hockney ricorda il 1967 come uno degli anni più felici trascorsi in California. Vive una quotidianità relativamente semplice, dipinge moltissimo, va al cinema, legge e frequenta amici che possiedono piscine. La California presente nei suoi quadri non è quindi soltanto un’immagine pubblicitaria osservata dall’esterno: è un ambiente che l’artista sta realmente vivendo.

Questo rende troppo semplice interpretare A Bigger Splash come una critica al lusso americano. Hockney non sembra guardare quella realtà con il distacco di qualcuno che vuole denunciarla. Ne è affascinato. Gli interessano la luce, i corpi, le piscine, l’architettura moderna e la libertà visiva della California.

Proprio perché non ci consegna una morale precisa, però, il significato di A Bigger Splash rimane volutamente ambiguo.

Possiamo vedere una giornata perfetta oppure una scena stranamente vuota. Possiamo vedere il piacere oppure soltanto la traccia di qualcuno appena scomparso sott’acqua. Possiamo pensare a un’immagine di assoluta tranquillità oppure concentrarci sull’unico evento violento che rompe quella tranquillità.

Ed è probabilmente questo il punto più interessante dell’opera.

A Bigger Splash parla della California, certamente. Parla dell’acqua, della pittura e della fotografia. Ma soprattutto costruisce una contraddizione semplicissima: tutto ciò che vediamo sembra immobile, mentre sappiamo che qualcosa è appena successo.

Il tuffatore scompare.

Il rumore non può essere dipinto.

L’acqua dovrebbe ricadere.

E invece lo splash rimane lì, sospeso per sempre.

David Hockney prende uno dei momenti più brevi che possiamo immaginare e gli concede una durata impossibile.

Forse è proprio questo il significato più profondo di A Bigger Splash: un’immagine non deve limitarsi a mostrarci ciò che vediamo. Può permetterci di osservare ciò che, nella realtà, passa troppo velocemente per essere guardato.