Davanti a Untitled (Bacchus) del 2005 è facile avere una reazione immediata: “Potrebbe farlo un bambino”. Le linee sembrano incontrollate, il rosso cola verso il basso e non compare nessuna figura che ci permetta di capire subito cosa stiamo guardando. Eppure l’opera è enorme: la versione conservata al Museum Brandhorst misura circa 3,18 metri per 4,22 metri. Non la osserviamo quindi come un piccolo disegno; quando siamo davanti alla tela, quelle spirali diventano quasi grandi quanto il nostro corpo.

Per capire il quadro bisogna partire dal titolo. Bacchus è il nome romano di Dioniso, il dio legato al vino, all’ebbrezza e alla festa, ma ridurlo al semplice “dio del vino” fa perdere metà del significato. Nella mostra del 2005 Twombly utilizza infatti un titolo molto più preciso: Bacchus: Psilax and Mainomenos. Sono due aspetti opposti dello stesso dio. Psilax rimanda all’idea delle ali e quindi a qualcosa che solleva, alleggerisce e porta verso l’euforia; Mainomenos è invece il Bacchus furioso, folle, violento, quello che perde ogni limite.

A quel punto le spirali rosse cominciano a sembrare meno casuali. Twombly non dipinge Bacchus con un corpo, una corona d’edera e una coppa di vino. Dipinge quello che Bacchus rappresenta. Le linee salgono, girano, si sovrappongono, accelerano e poi il colore cola. Il gesto sembra inizialmente libero e quasi festoso, ma più lo guardiamo più diventa aggressivo. Non sappiamo più se stiamo osservando vino versato durante una festa oppure sangue dopo una violenza.

Ed è proprio questa ambiguità uno degli elementi centrali della serie. La Cy Twombly Foundation spiega che il rosso richiama contemporaneamente il vino e il sangue e collega i dipinti sia al piacere sensuale sia alla violenza associata alla figura di Bacchus. Non c’è quindi bisogno di scegliere una delle due interpretazioni. Twombly vuole che le due cose rimangano insieme.

È una scelta molto precisa perché l’ebbrezza funziona esattamente così. All’inizio può significare libertà, entusiasmo, perdita delle inibizioni, sensazione di leggerezza. Ma superato un certo punto la stessa perdita di controllo può trasformarsi in caos, aggressività e distruzione. Il piacere e il pericolo non sono due quadri diversi: sono due momenti dello stesso movimento.

Per questo le spirali sono così importanti. Non rappresentano qualcosa, ma sembrano comportarsi come qualcosa. Girano continuamente su se stesse senza arrivare mai a una forma definitiva. Più che un'immagine, diventano una specie di ritmo. È quasi possibile immaginare il movimento del braccio che le produce: giro dopo giro, sempre più ampio, mentre la vernice rimane abbastanza liquida da scendere sulla tela.

Le colature, soprattutto, cambiano completamente l’opera. Se Twombly avesse dipinto soltanto degli anelli rossi perfetti, il risultato sarebbe decorativo e controllato. Invece lascia che il colore cada. Una volta applicata la pittura, la gravità partecipa al quadro. Il rosso prende una direzione che non dipende completamente dalla mano dell’artista e quelle linee verticali trasformano le spirali in qualcosa di fisico, quasi corporeo.

Qui si capisce anche perché definire il quadro uno “scarabocchio” è fuorviante. Lo scarabocchio normalmente non ha bisogno di essere controllato perché non vuole ottenere nulla. Twombly, al contrario, utilizza deliberatamente un gesto che deve sembrare sul punto di sfuggire al controllo. È una differenza enorme. L’opera non nasce dall’incapacità di dipingere una forma precisa, ma dalla decisione di non farlo.

Twombly lavora da decenni proprio su questo confine. Nei suoi dipinti compaiono linee che ricordano scrittura, calligrafia, graffiti e segni tracciati quasi automaticamente. La stessa Cy Twombly Foundation descrive la sua ricerca come una combinazione di astrazione gestuale, disegno, scrittura, poesia, mito e storia. Nei Bacchus quella lunga ricerca esplode in una versione estremamente fisica: la linea non sembra più voler scrivere una parola, sembra voler registrare un impulso.

E qui arriva una delle chicche più interessanti. Il Bacchus del 2005 non è un quadro isolato. Quell’anno Twombly presenta a New York otto dipinti monumentali e una scultura, tutti realizzati nel 2005. Il risultato, quindi, non va immaginato come una singola esplosione emotiva prodotta casualmente davanti a una tela. Twombly costruisce un intero ciclo e torna più volte sullo stesso gesto, come se cercasse differenti intensità della stessa energia.

Ancora più curioso è il punto da cui parte. Nell’estate del 2005 Twombly torna a leggere e utilizzare come fonte d’ispirazione l’Iliade. È un dettaglio utile perché dimostra quanto la sua pittura sia meno spontanea di quanto sembri. Davanti vediamo linee apparentemente selvagge; dietro ci sono anni di interesse per letteratura, poesia, storia antica e mitologia.

Twombly dice in sostanza che il passato rappresenta per lui una fonte e che l’arte rimane comunque contemporanea. Il Museum Brandhorst utilizza proprio questa idea per spiegare il modo in cui l’artista trasforma storie antiche in pittura del presente. È un punto fondamentale: Twombly non vuole ricostruire fedelmente l’antica Roma o illustrare un episodio mitologico come farebbe un pittore storico dell’Ottocento. Usa un personaggio di migliaia di anni fa per parlare di qualcosa che riconosciamo ancora perfettamente.

Perdere il controllo, desiderare di liberarsi dalle regole, lasciarsi trascinare dall’euforia, oltrepassare un limite e scoprire che la stessa energia capace di produrre piacere può produrre violenza non sono problemi antichi. Bacchus funziona perché non appartiene davvero soltanto alla mitologia. Rappresenta una parte del comportamento umano che continua a esistere.

Persino il colore diventa quasi sufficiente a raccontarlo. Il rosso è contemporaneamente seducente e allarmante. È il colore del vino, ma anche quello di una ferita. È associato alla passione e alla festa, ma può indicare pericolo. Twombly non ha bisogno di dipingere né una bottiglia né un corpo ferito: mette davanti a noi un colore che può contenere entrambe le possibilità.

C’è poi un’altra particolarità della serie. Twombly non abbandona Bacchus nel 2005. Continua a lavorare su questo nucleo negli anni successivi e alcuni grandi dipinti vengono completati tra il 2006 e il 2008. Per realizzare le grandi spirali di alcuni di questi lavori successivi utilizza addirittura un pennello fissato all’estremità di un lungo bastone, soluzione che gli permette di ottenere gesti enormi e continui sulla superficie. La Cy Twombly Foundation paragona questo procedimento ai grandi disegni realizzati da Matisse per la cappella di Vence.

È una chicca interessante perché cambia ancora una volta la percezione dell’opera. Quello che sembra un piccolo movimento della mano ingrandito su una tela è in realtà un gesto che coinvolge il corpo. Twombly deve muoversi davanti a superfici gigantesche. La pittura registra quel movimento.

E infatti Untitled (Bacchus) funziona molto meglio dal vivo che in fotografia. Sullo schermo vediamo una serie di cerchi rossi. Davanti a oltre quattro metri di tela, invece, il rapporto cambia: il segno non è più qualcosa che osserviamo dall’esterno. Ci troviamo quasi dentro il movimento.

Questo spiega anche perché non è particolarmente utile domandarsi “che cosa rappresentano quei cerchi?”. Non sono grappoli d’uva, persone, vortici o oggetti nascosti che dobbiamo decifrare. La domanda più interessante è: che cosa ci fanno sentire?

Accelerazione, ripetizione, eccitazione, vertigine, caos. Oppure violenza. Dipende dal punto in cui guardiamo l’opera e dal significato che attribuiamo a quel rosso.

Twombly lascia volutamente aperta questa oscillazione. Bacchus non è soltanto positivo o negativo, così come la perdita di controllo non lo è sempre. Possiamo desiderarla quando significa smettere per un momento di controllare tutto. Possiamo temerla quando significa non riuscire più a fermarci.

E forse è proprio questo che Untitled (Bacchus) vuole comunicarci davvero.

Non ci mostra un dio antico.

Ci mostra il momento in cui l’energia supera il limite.

All’inizio sembra libertà. Poi le spirali aumentano, il rosso si accumula, la pittura comincia a colare e non sappiamo più con certezza se siamo ancora davanti a una festa.

Oppure alle sue conseguenze.