Banksy lavora in modo diverso dall’artista che aspettiamo di trovare in un museo. Non sappiamo con certezza chi sia, non costruisce la propria notorietà attraverso un volto pubblico e molte delle sue opere compaiono direttamente sulle pareti delle città. Il suo sito ufficiale continua a presentarlo senza offrire una vera identità personale e rimanda a Pest Control per l’autenticazione delle opere. L’anonimato diventa quindi parte del personaggio, ma concentrarsi soltanto sul mistero di “chi è Banksy?” rischia di far perdere la parte più interessante: quello che fa con le immagini una volta che ha ottenuto la nostra attenzione.

Il suo linguaggio è immediato. Utilizza spesso stencil, contrasti netti e figure che riconosciamo senza bisogno di conoscere la storia dell’arte. Un manifestante non lancia una pietra ma un mazzo di fiori, una bambina perde un palloncino a forma di cuore, due persone si abbracciano mentre guardano ciascuna il proprio telefono. Il meccanismo è quasi sempre lo stesso: Banksy prende un’immagine familiare e cambia un elemento. È sufficiente quello spostamento per costringerci a guardare di nuovo una scena che pensavamo di conoscere.

Il famoso manifestante di Love is in the Air, per esempio, mantiene tutta la postura aggressiva di qualcuno pronto a lanciare un’arma. Nella mano, però, ci sono dei fiori. La forza dell’immagine non dipende da una spiegazione complicata: violenza e gesto pacifico occupano contemporaneamente la stessa figura. Banksy usa spesso questo tipo di cortocircuito perché il messaggio deve funzionare anche su una strada, davanti a qualcuno che passa per pochi secondi. Non chiede necessariamente al pubblico di conoscere l’artista prima di capire l’opera.

Banksy, Love is in the Air. Il gesto è quello della violenza, ma ciò che viene lanciato è un mazzo di fiori.
Banksy, Love is in the Air. Il gesto è quello della violenza, ma ciò che viene lanciato è un mazzo di fiori.

Questa semplicità non significa però che il messaggio sia sempre unico. Girl with Balloon può essere letta come perdita, speranza, desiderio o qualcosa che sta sfuggendo. Banksy raramente accompagna un’immagine con una spiegazione definitiva capace di chiuderne il significato. È una scelta importante: l’immagine resta abbastanza chiara da attirare chiunque, ma abbastanza aperta da continuare a funzionare dopo il primo sguardo.

Uno dei temi che torna più spesso è il rapporto tra individuo e potere. Poliziotti, soldati, telecamere di sorveglianza, confini e autorità compaiono continuamente nel suo lavoro. Non sono necessariamente rappresentati attraverso grandi scene drammatiche. A volte basta rendere assurda una situazione normalmente accettata. Il punto sembra essere proprio questo: far apparire strano ciò che siamo diventati troppo abituati a vedere. Una telecamera su un muro è un oggetto urbano normale; trasformarla nel centro di un’opera significa obbligarci improvvisamente a ricordare che qualcuno sta osservando.

Anche i bambini occupano uno spazio enorme nel suo immaginario. Funzionano perché rappresentano immediatamente vulnerabilità, gioco e innocenza, ma Banksy li mette spesso in contesti che appartengono agli adulti: guerra, povertà, controllo, consumismo. Il contrasto rende la scena più difficile da ignorare. Non serve mostrare qualcosa di estremamente violento; è sufficiente collocare una figura fragile nel posto sbagliato.

Poi ci sono i topi. Banksy li utilizza così frequentemente da farli diventare quasi un suo secondo linguaggio. Vivono nelle città, si muovono ai margini, vengono considerati sporchi e indesiderati e riescono comunque a occupare gli stessi spazi degli esseri umani. È facile leggerli come figure degli esclusi, dei ribelli o semplicemente di chi vive fuori dalle regole ufficiali. Sono anche perfetti per la street art: piccoli, rapidi, clandestini. In un certo senso si comportano come il graffiti writer stesso.

Ma Banksy non prende di mira soltanto politica e autorità. Un altro bersaglio è il consumo. In Mobile Lovers, apparso a Bristol nel 2014, una coppia sembra abbracciarsi intimamente, ma entrambi guardano lo schermo del proprio telefono. L’immagine diventa particolarmente efficace oggi perché non rappresenta persone completamente isolate: rappresenta due persone fisicamente vicinissime che riescono comunque a essere altrove. Il murale ha poi una storia poco conosciuta. Compare vicino al Broad Plain Boys’ Club, un centro giovanile in difficoltà economica; dopo una disputa sulla proprietà, Banksy chiarisce di voler sostenere il club e l’opera viene venduta per oltre 400.000 sterline, contribuendo a mantenerlo aperto. In questo caso la critica sociale non rimane soltanto dipinta su una parete: l’opera produce direttamente una conseguenza concreta.

Banksy, Mobile Lovers, Bristol, 2014. Due persone sono fisicamente vicinissime, ma la loro attenzione è altrove.
Banksy, Mobile Lovers, Bristol, 2014. Due persone sono fisicamente vicinissime, ma la loro attenzione è altrove.

È proprio questa contraddizione a rendere Banksy interessante. Critica il mercato dell’arte, ma le sue opere raggiungono cifre enormi. Critica il consumismo, ma il suo nome è uno dei marchi artistici più riconoscibili al mondo. Invece di nascondere completamente questa contraddizione, a volte la trasforma nell’opera stessa.

L’episodio più famoso avviene il 5 ottobre 2018 da Sotheby’s a Londra. Una versione incorniciata di Girl with Balloon viene venduta all’asta e, pochi secondi dopo il colpo di martello, una parte della tela scivola attraverso un meccanismo nascosto nella cornice e viene tagliata in strisce. Banksy pubblica poi un video che mostra l’apparente costruzione del dispositivo. L’opera distrutta viene ribattezzata Love is in the Bin.

La provocazione sembra perfetta: una tela viene trasformata in un oggetto da oltre un milione di sterline e proprio nel momento in cui il mercato ne stabilisce il valore, l’opera prova a distruggersi. Ma la storia produce un risultato quasi ironico. La distruzione non elimina il valore: lo aumenta. Nel 2021 Love is in the Bin torna all’asta e viene venduta per 18,6 milioni di sterline, stabilendo allora un nuovo record per Banksy. La critica al mercato viene immediatamente assorbita dal mercato stesso. È difficile immaginare una dimostrazione più efficace del problema che Banksy sta mettendo in scena.

Banksy, Love is in the Bin, 2018. L'opera tenta di distruggersi proprio nel momento in cui il mercato ne stabilisce il prezzo.
Banksy, Love is in the Bin, 2018. L'opera tenta di distruggersi proprio nel momento in cui il mercato ne stabilisce il prezzo.

Una delle sue provocazioni più divertenti avviene però molti anni prima e viene spesso dimenticata. Nel 2005 Banksy entra nel British Museum e installa clandestinamente un falso reperto preistorico: un pezzo di cemento sul quale appare una figura simile a un uomo delle caverne che spinge un carrello della spesa. Aggiunge persino una targhetta nello stile del museo. L’opera, conosciuta come Peckham Rock, rimane esposta senza autorizzazione prima di essere scoperta e anni dopo torna nello stesso British Museum all’interno di una mostra dedicata alla protesta.

La battuta è semplice ma precisa. Il consumismo viene trasformato in archeologia, come se il carrello del supermercato fosse uno dei simboli attraverso cui una futura civiltà potrebbe riconoscere la nostra. Allo stesso tempo Banksy prende in giro il potere delle istituzioni culturali: se qualcosa possiede una targhetta ed è appeso dentro un museo, quanto siamo disposti a fidarci dell’autorità del luogo prima ancora di guardare davvero l’oggetto?

C’è un’altra chicca legata al British Museum ancora più strana. Banksy produce le Di-faced Tenners, false banconote da dieci sterline nelle quali il volto della regina Elisabetta II viene sostituito da quello di Diana e la scritta “Bank of England” diventa “Banksy of England”. Una di queste banconote entra successivamente proprio nella collezione del British Museum. Un oggetto nato come imitazione provocatoria del denaro finisce quindi conservato ufficialmente da una delle istituzioni culturali più importanti del mondo.

Banksy porta questo meccanismo ancora più lontano con Dismaland, il progetto aperto nel 2015 a Weston-super-Mare. Sembra un parco divertimenti, ma tutto è deliberatamente deprimente: castello decadente, personale poco entusiasta, immagini di rifugiati, una versione tragica di Cenerentola circondata dai paparazzi. Non è semplicemente una parodia di Disneyland. Il parco utilizza la struttura dell’intrattenimento per parlare di consumismo, media, immigrazione e spettacolarizzazione della tragedia. In cinque settimane attira oltre 150.000 visitatori.

Dismaland, Weston-super-Mare, 2015. Banksy trasforma il linguaggio del parco divertimenti in una gigantesca satira sociale.
Dismaland, Weston-super-Mare, 2015. Banksy trasforma il linguaggio del parco divertimenti in una gigantesca satira sociale.

La parte meno conosciuta arriva alla chiusura. Legname e strutture utilizzati per costruire Dismaland vengono inviati al campo di migranti di Calais per essere riutilizzati nella costruzione di ripari. Anche qui l’installazione non termina quando il pubblico smette di visitarla. I materiali cambiano funzione e passano dalla satira a un utilizzo concreto.

Lo stesso accade con diversi altri progetti. Nel 2017 Banksy finanzia il Walled Off Hotel a Betlemme, affacciato sulla barriera che separa Israele e Cisgiordania; il progetto utilizza un vero albergo come spazio artistico e politico. Nel 2020 realizza Game Changer per il Southampton General Hospital, raffigurando un bambino che sceglie come supereroina un’infermiera anziché Batman o Spider-Man. L’opera viene poi venduta per 16,8 milioni di sterline e i proventi vengono destinati al sostegno del personale e dei pazienti del sistema sanitario locale. Nello stesso periodo finanzia anche la nave di soccorso per migranti Louise Michel.

Tutto questo chiarisce un punto importante: ridurre Banksy a “quello che fa graffiti contro il sistema” è troppo semplice. La sua arte parla certamente di guerra, sorveglianza, disuguaglianza e consumismo, ma parla altrettanto spesso del modo in cui noi guardiamo queste cose.

I media trasformano una tragedia in un’immagine. Il mercato trasforma una protesta in un oggetto da milioni di sterline. Un museo trasforma qualcosa in patrimonio culturale semplicemente decidendo di conservarlo. Una parete qualsiasi diventa improvvisamente preziosa quando scopriamo che sopra c’è un Banksy.

Ed è forse proprio qui che arriva il suo messaggio più interessante.

Banksy non si limita a dirci che il mondo contiene ingiustizie. Questo lo sappiamo già. Ci mostra quanto velocemente siamo capaci di trasformare qualsiasi cosa — una protesta, una guerra, una bambina, un muro, perfino una critica al denaro — in qualcosa da fotografare, condividere, comprare o vendere.

La sua arte prova allora a creare un piccolo guasto nel meccanismo. Per qualche secondo qualcosa non funziona come dovrebbe. Il manifestante tiene dei fiori. Cenerentola muore davanti ai paparazzi. Il cavernicolo spinge un carrello della spesa. Il quadro appena venduto comincia a distruggersi.

E proprio in quel momento, prima che anche quell’immagine diventi familiare, Banksy riesce a ottenere ciò che probabilmente gli interessa di più:

farci guardare una seconda volta qualcosa che avevamo già smesso di vedere.