Davanti a un'opera di Andy Warhol la prima domanda viene quasi spontanea: perché una lattina di zuppa dovrebbe stare in un museo? È esattamente il punto da cui partire. Warhol non cerca necessariamente un soggetto nobile, raro o bello. Prende ciò che l'americano medio vede continuamente: confezioni del supermercato, pubblicità, fotografie dei giornali, star del cinema. Prima di entrare nel mondo dell'arte è già un illustratore commerciale di enorme successo a New York e lavora per clienti come Tiffany & Co., The New York Times, Columbia Records e NBC. Conosce quindi benissimo il linguaggio della pubblicità prima di iniziare a portarlo sulle tele.

Quando nel 1962 espone le Campbell's Soup Cans, realizza trentadue tele, una per ciascuna varietà di zuppa allora commercializzata dall'azienda, e le presenta quasi come prodotti allineati sugli scaffali di un supermercato. La scelta non è completamente casuale: Warhol racconta di aver mangiato praticamente lo stesso pranzo, con la zuppa Campbell's, per circa vent'anni. La chicca è che quelle prime lattine, nonostante sembrino già il risultato di una produzione meccanica, sono in gran parte dipinte a mano. Persino alcuni piccoli motivi decorativi vengono stampati manualmente. Warhol costruisce quindi con grande pazienza l'aspetto di qualcosa che sembra non avere più bisogno dell'artista.

Qui comincia il suo vero gioco. Per secoli l'opera d'arte viene considerata qualcosa di unico: l'artista crea un oggetto irripetibile e proprio questa unicità contribuisce al suo valore. Warhol prende invece un'immagine che esiste già e la ripete. Una lattina diventa trenta lattine. Un volto diventa dieci, cinquanta, cento volti. L'opera comincia ad assomigliare alla società che la produce: fabbriche che producono oggetti identici, televisioni che trasmettono le stesse immagini e pubblicità che ripetono continuamente gli stessi marchi. Warhol non ha bisogno di scrivere sotto il quadro “questa è la società dei consumi”. Gli basta comportarsi come lei.

E non tratta soltanto le merci in questo modo. Fa la stessa cosa con le persone. Marilyn Monroe, Elvis Presley, Elizabeth Taylor e Jackie Kennedy entrano nelle sue opere come entrano nelle riviste e nella televisione: attraverso immagini già diventate familiari a milioni di persone. Una celebrità, in questo sistema, finisce quasi per funzionare come una Coca-Cola. Ha un volto riconoscibile, viene riprodotta continuamente e viene consumata dal pubblico.

Marilyn è probabilmente l'esempio più evidente. Warhol comincia a realizzare le sue immagini di Marilyn Monroe nel 1962, subito dopo la morte dell'attrice. Questo particolare cambia completamente il modo in cui possiamo guardare quei ritratti. I colori sono accesi, il volto è bellissimo e l'immagine sembra una celebrazione della fama, ma la persona che vediamo è appena morta. La ripetizione continua del suo volto sembra contemporaneamente conservarla e svuotarla. Più Marilyn viene riprodotta, meno sembra una persona concreta e più diventa Marilyn, l'immagine pubblica che continua a esistere anche quando la donna non c'è più.

È qui che Warhol diventa molto più cupo di quanto suggeriscano i suoi colori. Negli stessi anni lavora alla serie Death and Disaster, utilizzando fotografie di incidenti automobilistici, suicidi, sedie elettriche e altre immagini di morte provenienti dalla cultura mediatica. Anche queste immagini vengono ripetute. La prima può colpire, la quinta un po' meno, la ventesima rischia quasi di diventare decorazione. È difficile non vedere una domanda estremamente moderna: cosa succede quando osserviamo così tante immagini drammatiche da smettere progressivamente di reagire?

È qualcosa che oggi conosciamo benissimo. Scorriamo uno schermo e possiamo passare in pochi secondi dalla fotografia di una guerra a una pubblicità, da una tragedia a un influencer in vacanza, da una notizia di cronaca a un video divertente. Warhol lavora decenni prima dei social network, ma individua già un mondo nel quale immagini profondamente diverse finiscono tutte sulla stessa superficie e competono per la nostra attenzione.

Anche il suo modo di produrre arte diventa parte del messaggio. Utilizza sempre di più la serigrafia, che permette di riprodurre rapidamente la stessa immagine. Le imperfezioni, gli spostamenti di colore e le sovrapposizioni non vengono necessariamente nascosti. L'opera mantiene l'aspetto della produzione industriale senza diventare mai completamente identica a se stessa. È significativo anche il nome del suo celebre studio newyorkese: The Factory, “la fabbrica”. L'artista romantico chiuso da solo nello studio lascia il posto a un ambiente frequentato da assistenti, musicisti, attori, fotografi, celebrità e personaggi della scena underground.

Una storia poco conosciuta rende perfettamente l'idea. Nel 1963 Warhol realizza una serie dedicata a Elvis Presley. Invece di preparare personalmente ogni quadro per una mostra a Los Angeles, spedisce alla galleria un lungo rotolo di tela con le immagini di Elvis già serigrafate, i telai e le indicazioni per lasciare alla galleria la possibilità di tagliare la tela nelle dimensioni desiderate. È quasi l'opposto dell'idea tradizionale dell'artista che protegge gelosamente ogni centimetro della propria opera. Anche qui la domanda diventa inevitabile: se un'opera può essere riprodotta, tagliata e organizzata quasi come un prodotto, che cosa determina davvero il suo valore?

Warhol però non è semplicemente un artista che disprezza il consumismo dall'esterno. Ed è questo che lo rende più interessante. Ne è affascinato. Ama le celebrità, il denaro, gli oggetti, la pubblicità e la possibilità di diventare famoso lui stesso. Non si mette su un piedistallo per spiegare agli altri quanto siano superficiali. Entra completamente nel meccanismo e diventa egli stesso un marchio. Parrucca argentata, occhiali, frasi brevi, apparizioni pubbliche: anche Andy Warhol diventa un'immagine riconoscibile.

Per questo è difficile stabilire dove finisca la critica e dove inizi la celebrazione. Una Campbell's può essere contemporaneamente una critica alla standardizzazione e il ritratto affettuoso di un prodotto che Warhol conosce dall'infanzia. Marilyn può essere una riflessione sulla morte e allo stesso tempo un'icona splendida. Il consumismo può apparire assurdo e irresistibilmente affascinante nello stesso quadro. Warhol raramente ci dice da che parte dobbiamo stare. Ci mette davanti il meccanismo.

E c'è un Warhol ancora meno conosciuto, quasi opposto all'immagine dell'artista delle feste e dello Studio 54. Warhol mantiene infatti un rapporto profondo e complesso con la fede cattolica bizantina. Negli ultimi anni della sua vita torna ripetutamente all'immagine dell'Ultima Cena di Leonardo da Vinci e tra il 1985 e il 1986 produce quasi cento lavori collegati a quel soggetto. La serie nasce mentre la crisi dell'AIDS colpisce duramente l'ambiente in cui vive e, secondo gli studi del Warhol Museum, in queste opere si intrecciano religione, sessualità, paura della malattia, lutto e desiderio di salvezza. La sua ultima mostra in vita, nel 1987, è proprio dedicata all'Ultima Cena e si tiene a Milano, vicino all'opera originale di Leonardo. Un mese dopo il suo ritorno a New York, Warhol muore.

C'è infine un episodio che sembra quasi una scena scritta apposta per riassumere il personaggio. Nel 1965, quando è già famoso per Marilyn e per le Campbell's, Warhol annuncia di voler smettere di dipingere. Si dedica maggiormente a film, musica, installazioni e alla produzione dei Velvet Underground. L'anno successivo espone le Silver Clouds, grandi forme argentate gonfiate che fluttuano liberamente nella stanza. Durante l'inaugurazione, secondo quanto riportato dal Warhol Museum, apre una finestra, lascia uscire una delle “nuvole” e commenta che quella potrebbe essere la fine della pittura. Naturalmente qualche anno dopo torna a dipingere.

Allora cosa vuole comunicarci davvero Andy Warhol? Probabilmente non esiste una frase unica capace di riassumerlo. Il punto più interessante della sua arte è proprio che non distingue nettamente tra ciò che è importante e ciò che sembra banale. Una lattina può finire in un museo. Una star può diventare un prodotto. Una fotografia di cronaca può trasformarsi in decorazione. Un'opera può essere ripetuta quasi industrialmente e valere milioni.

Warhol capisce che nella società moderna il valore delle cose dipende sempre di più anche dalla loro visibilità. Ciò che vediamo continuamente diventa familiare, ciò che è familiare diventa riconoscibile e ciò che è riconoscibile può diventare desiderabile.

È forse questa la parte più attuale del suo lavoro. Oggi non abbiamo bisogno di entrare in una galleria per vedere il mondo descritto da Warhol. Lo portiamo in tasca. Volti ripetuti, prodotti, tragedie, pubblicità, celebrità e immagini scorrono tutti sullo stesso schermo.

Warhol non aveva Instagram.

Ma probabilmente avrebbe capito perfettamente come funziona.