La favola della cicala e della formica presenta una morale semplice. Durante l’estate la formica lavora, raccoglie il cibo e si prepara all’arrivo dell’inverno. La cicala, invece, canta e non mette da parte nulla. Quando arriva il freddo, si ritrova senza cibo e chiede aiuto alla formica, che le ricorda come trascorre l’estate e la lascia fuori.

Il messaggio tradizionale è chiaro: bisogna pensare al futuro, assumersi le proprie responsabilità e non aspettarsi che siano gli altri a risolvere i problemi causati dalla nostra imprevidenza.

È un insegnamento sensato. Se sappiamo che arriverà un momento difficile, prepararci è meglio che ignorarlo. Risparmiare, organizzarsi e affrontare per tempo i problemi riduce il rischio di dipendere completamente dagli altri.

La favola, però, presenta la responsabilità individuale come se fosse l’unico valore in gioco. La formica lavora e quindi merita di sopravvivere. La cicala non accumula provviste e quindi deve affrontare da sola le conseguenze delle proprie scelte.

È qui che la storia diventa meno convincente. Anche ammettendo che la cicala si comporti in modo irresponsabile, la formica può comunque aiutarla.

Poter aiutare qualcuno e approvare il suo comportamento sono due cose diverse. La formica non deve necessariamente considerare giusta la condotta della cicala. Può darle abbastanza cibo per superare l’emergenza e, nello stesso tempo, farle capire che l’anno successivo deve organizzarsi diversamente.

L’aiuto non cancella automaticamente la responsabilità. Evita soltanto che un errore produca una conseguenza sproporzionata.

Se una persona dimentica l’ombrello, è ragionevole farle notare che dovrebbe controllare le previsioni. Lasciarla sotto un temporale quando possiamo offrirle un riparo, però, non le insegna necessariamente a essere più previdente. Le fa soltanto prendere la pioggia.

La stessa distinzione vale nella favola. La cicala sbaglia a non prepararsi, ma la fame e il rischio di morire non costituiscono una lezione educativa. Per imparare qualcosa bisogna prima superare l’emergenza.

La domanda decisiva non è quindi soltanto: «La cicala merita di essere aiutata?». È anche: «La formica può aiutarla senza mettere in pericolo se stessa?».

Se le provviste bastano appena alla formica, condividerle potrebbe compromettere la sua sopravvivenza. In questo caso il rifiuto diventa comprensibile. Nessuno ha il dovere di distruggere la propria sicurezza per riparare alle scelte di un’altra persona.

Se invece la formica possiede cibo in abbondanza, la situazione cambia. Lasciare la cicala al freddo non serve più a proteggersi. Diventa una punizione.

La favola non ci dice esattamente quante provviste possiede la formica. Dà per scontato che il comportamento passato della cicala sia sufficiente a giustificare il rifiuto. Non conta quanto costa aiutare, quanto è grave il bisogno o se esiste una soluzione intermedia.

Questo modo di ragionare compare spesso anche nella realtà. Davanti a una persona in difficoltà, la prima domanda diventa: «Che cosa fa per trovarsi in questa situazione?». Se individuiamo un errore, ci sentiamo immediatamente meno obbligati ad aiutarla.

Naturalmente le scelte personali contano. Esistono persone che spendono senza pensare, rimandano continuamente i problemi o chiedono agli altri di intervenire senza provare a cambiare. Ignorare questi comportamenti non è né realistico né utile.

Ma sapere che una persona commette un errore non risponde ancora alla domanda su che cosa sia giusto fare quando ha bisogno di aiuto. Possiamo riconoscere la sua responsabilità senza concludere che debba essere abbandonata.

Inoltre, nella vita reale non è sempre facile distinguere una cicala da una formica. Dall’esterno vediamo il risultato, ma non conosciamo necessariamente il percorso che lo produce.

Una persona può non riuscire a prepararsi perché si ammala, perde il lavoro, si occupa di un familiare, cresce in una situazione difficile oppure non possiede gli strumenti necessari per organizzarsi. Ciò che appare pigrizia può essere stanchezza, paura, mancanza di opportunità o incapacità di chiedere aiuto in tempo.

La favola elimina tutte queste variabili e costruisce due personaggi perfettamente opposti. La formica rappresenta il lavoro e la previdenza; la cicala rappresenta il piacere e l’improvvisazione. Questa semplificazione rende la morale immediata, ma non descrive la complessità delle persone.

Quasi nessuno è sempre formica o sempre cicala. Possiamo essere organizzati nel lavoro e disordinati nella vita personale. Possiamo risparmiare denaro ma trascurare la salute. Possiamo aiutare gli altri per anni e trovarci improvvisamente nella condizione di dover chiedere aiuto.

La sicurezza non dipende soltanto dal nostro comportamento. Anche la formica più previdente può perdere le provviste a causa di un’alluvione, di un incendio o di un evento impossibile da controllare. Quando questo accade, spera che qualcuno non le dica semplicemente: «Dovevi prepararti meglio».

La solidarietà nasce proprio dal riconoscimento di questa fragilità comune. Oggi possediamo risorse sufficienti per aiutare; domani potremmo essere noi ad averne bisogno. Condividere una parte di ciò che abbiamo non rappresenta soltanto un gesto generoso. Costruisce una rete di protezione che può servire a tutti.

Questo non significa che ogni richiesta debba essere accolta senza limiti. Aiutare qualcuno non vuol dire permettergli di trasferire continuamente sugli altri le conseguenze delle proprie scelte.

Se la cicala riceve cibo ogni inverno e continua a non prepararsi perché sa che le formiche intervengono, l’aiuto smette di risolvere il problema e rischia di mantenerlo. In questo caso le formiche hanno il diritto di stabilire delle condizioni.

Possono offrire il necessario per superare l’inverno e chiedere alla cicala di collaborare. Possono aiutarla a organizzare le provviste per l’anno successivo. Possono concordare uno scambio oppure definire con chiarezza quanto sono disposte a condividere.

La soluzione più matura non si trova quindi tra due estremi: darle tutto senza fare domande oppure lasciarla morire. Esiste una terza possibilità, molto più concreta: aiutarla nell’emergenza e affrontare successivamente il comportamento che crea il problema.

La cicala, inoltre, canta. Nella favola tradizionale il suo canto rappresenta soltanto la distrazione dal lavoro. Non produce cibo e quindi non possiede un valore concreto. Ma una società vive davvero soltanto di ciò che può essere accumulato?

La musica non riempie una dispensa, ma accompagna le persone, crea legami e rende più sopportabili alcuni momenti della vita. Lo stesso vale per l’arte, il gioco, la cura, la creatività e molte attività il cui valore non si misura attraverso una produzione immediata.

Questo non significa che cantare sostituisca la necessità di procurarsi il cibo. La cicala deve comunque trovare un modo per contribuire alla propria sopravvivenza. Il suo errore consiste nel comportarsi come se l’inverno non dovesse arrivare.

Le formiche, però, commettono un errore opposto se considerano utile soltanto ciò che produce una scorta materiale. Una comunità composta esclusivamente da individui che lavorano, accumulano e non condividono può essere efficiente, ma non necessariamente umana.

Il lavoro permette di affrontare l’inverno. Il canto ricorda perché vogliamo superarlo.

Tutto sommato, quindi, le formiche avrebbero anche potuto aiutare la cicala.