Capita a molte persone. Si cammina velocemente anche quando non si è in ritardo, si mangia in fretta, si controlla continuamente l'ora e, mentre si sta facendo una cosa, si pensa già a quella successiva. Se una fila rallenta i nostri programmi ci innervosiamo, se qualcuno parla troppo lentamente perdiamo la pazienza e persino i momenti di relax sembrano trasformarsi in qualcosa da "sbrigare". È come se dentro di noi ci fosse un motore sempre acceso.
La cosa curiosa è che questa sensazione non dipende necessariamente dall'avere una vita piena di impegni. Esistono persone con giornate molto intense che riescono a vivere con calma e altre che, pur avendo poco da fare, avvertono continuamente la sensazione di essere in ritardo su qualcosa. Questo perché la fretta, molto spesso, nasce nella mente prima ancora che nell'agenda.
Gli psicologi parlano spesso di urgenza del tempo, una caratteristica che porta alcune persone a percepire ogni minuto come una risorsa da sfruttare al massimo. In questi casi il cervello tende a trasformare anche le attività più semplici in piccoli obiettivi da completare il prima possibile. Non si tratta necessariamente di ansia, ma di un modo abituale di rapportarsi al tempo.
Un altro elemento importante è il bisogno di controllo. Quando tutto procede rapidamente abbiamo l'impressione di essere padroni della situazione. Al contrario, un imprevisto, una coda o una persona che ci rallenta possono dare la sensazione di perdere il controllo della giornata. È un'impressione, non una realtà, ma il cervello la vive come qualcosa di molto concreto.
Viviamo poi in un'epoca che alimenta continuamente questa mentalità. I messaggi arrivano in pochi secondi, un film si avvia con un clic, il cibo si ordina da un'app e le informazioni sono sempre disponibili. Senza accorgercene ci abituiamo a ottenere quasi tutto immediatamente e, quando qualcosa richiede tempo, iniziamo a viverlo come un'anomalia. La pazienza, che un tempo era una necessità quotidiana, oggi viene allenata sempre meno.
C'è anche un aspetto evolutivo. Per migliaia di anni prendere decisioni rapidamente poteva fare la differenza tra la vita e la morte. Individuare un pericolo, trovare cibo prima degli altri o reagire in fretta aumentava le probabilità di sopravvivenza. Oggi quei meccanismi esistono ancora, ma vengono attivati anche in situazioni che non rappresentano alcun rischio reale, come aspettare il proprio turno alla cassa o rimanere bloccati nel traffico.
La fretta, però, nasconde spesso un piccolo paradosso. Più cerchiamo di risparmiare tempo, più abbiamo la sensazione che il tempo non basti mai. È un circolo vizioso: acceleriamo perché ci sembra di essere in ritardo e, accelerando continuamente, abituiamo il cervello a vivere ogni rallentamento come qualcosa di intollerabile.
Questo non significa che chi vive di fretta sia una persona impaziente o egoista. Molte persone sono estremamente rispettose degli altri e, allo stesso tempo, provano un forte disagio ogni volta che qualcosa interrompe il ritmo che si erano immaginate. Il problema non sono le persone intorno, ma la difficoltà ad accettare che non tutto possa procedere secondo i propri tempi.
Forse la riflessione più interessante è proprio questa. Vivere con un po' di calma non significa fare meno cose. Significa riuscire a stare pienamente anche nei momenti in cui non sta succedendo nulla di speciale. Una passeggiata, una chiacchierata, una fila o un viaggio in treno non sono necessariamente tempo perso. Sono semplicemente pezzi della nostra giornata.
In fondo, la domanda non è quanto velocemente stiamo vivendo, ma dove stiamo cercando di arrivare. Perché se ogni momento diventa soltanto un ponte verso quello successivo, rischiamo di scoprire troppo tardi di aver attraversato la vita correndo, senza fermarci abbastanza per viverla davvero.
Perché alcune persone vivono sempre di fretta?
Quando la fretta nasce nella mente prima ancora che nell'agenda.
di Fabio Campana











