Viviamo circondati da cose che chiedono continuamente una reazione. Un commento ci irrita, un imprevisto rovina i programmi, una preoccupazione occupa la mente per ore, qualcosa che desideriamo non arriva e qualcosa che temiamo potrebbe accadere.
In mezzo a tutto questo esiste un concetto antico che sembra sorprendentemente moderno: l’atarassia.
La parola deriva dal greco e indica letteralmente una condizione di assenza di turbamento. Ma non significa diventare indifferenti, smettere di provare emozioni o vivere distaccati dal mondo. L’idea è più sottile: riuscire a mantenere una certa stabilità interiore anche quando ciò che accade intorno a noi non corrisponde a ciò che vorremmo.
Il concetto assume un ruolo importante soprattutto nelle filosofie ellenistiche, in particolare nell’epicureismo e nello scetticismo, anche se viene declinato in modi differenti.
Epicuro parte da un’osservazione molto concreta: gran parte della nostra sofferenza non deriva soltanto da ciò che ci accade, ma anche da ciò che desideriamo, temiamo e immaginiamo continuamente.
Vogliamo sempre qualcosa in più. Temiamo di perdere ciò che possediamo. Ci preoccupiamo del futuro. Cerchiamo riconoscimento, successo, sicurezza assoluta. E proprio perché pretendiamo che la realtà continui a soddisfare queste aspettative, la tranquillità diventa fragile.
Per Epicuro, quindi, vivere bene non significa accumulare continuamente piaceri. Significa imparare a distinguere ciò di cui abbiamo realmente bisogno da ciò che alimenta soltanto nuovi desideri.
Mangiare quando abbiamo fame risponde a un bisogno naturale. Volere continuamente qualcosa di migliore, più prestigioso o più costoso può invece trasformarsi in una corsa senza fine.
Otteniamo ciò che desideriamo e per qualche tempo siamo soddisfatti. Poi compare un nuovo desiderio.
L’atarassia cerca di interrompere proprio questo meccanismo.
Non ci chiede di eliminare ogni piacere, ma di capire quali piaceri producono serenità e quali, invece, ci rendono dipendenti dalla loro continua ricerca.
Lo stesso vale per le paure.
Epicuro dedica molta attenzione alla paura della morte, degli dèi e del futuro perché considera queste preoccupazioni capaci di disturbare profondamente l’esistenza. Passiamo una parte enorme della vita anticipando mentalmente eventi che non stanno accadendo nel presente.
E questa dinamica è ancora facilissima da riconoscere.
Aspettiamo una risposta e immaginiamo già il peggio. Qualcuno cambia tono e costruiamo intere interpretazioni. Abbiamo un problema domani e iniziamo a viverlo oggi, magari decine di volte nella nostra testa.
L’evento reale accade una volta.
Nella mente può accadere cento volte.
L’atarassia non promette di eliminare gli imprevisti. Cerca invece di ridurre il potere che concediamo loro prima, durante e dopo che accadono.
Una strada diversa viene proposta dagli scettici, soprattutto nella tradizione legata a Pirrone. Qui il turbamento nasce anche dalla nostra necessità di formulare continuamente giudizi definitivi.
Una cosa deve essere buona oppure cattiva. Una persona deve avere ragione oppure torto. Dobbiamo sapere con certezza cosa succederà, cosa pensa qualcuno, quale decisione sia perfetta.
Ma spesso quella certezza semplicemente non è disponibile.
Gli scettici introducono allora l’idea dell’epoché, cioè la sospensione del giudizio. Quando non abbiamo elementi sufficienti per stabilire qualcosa con certezza, possiamo smettere di pretendere una risposta definitiva.
È un passaggio molto pratico.
Pensiamo a un messaggio a cui qualcuno non risponde.
Possiamo pensare: “È arrabbiato con me”.
Ma il fatto reale è molto più semplice: non ha ancora risposto.
Tutto il resto potrebbe essere interpretazione.
Tra ciò che accade e ciò che pensiamo stia accadendo esiste spesso uno spazio enorme. L’atarassia passa anche dalla capacità di riconoscerlo.
Questo non significa vivere senza prendere posizione o accettare passivamente qualsiasi situazione. Significa evitare di aggiungere continuamente sofferenza mentale a ciò che già esiste.
Ed è probabilmente qui che il concetto diventa più interessante oggi.
Siamo abituati a pensare alla serenità come al risultato di condizioni esterne favorevoli: sarò tranquillo quando avrò risolto questo problema, quando avrò più soldi, quando quella persona cambierà, quando finirà questo periodo, quando avrò raggiunto quell’obiettivo.
La tranquillità viene continuamente spostata nel futuro.
L’atarassia ribalta la prospettiva.
Non aspetta un mondo senza problemi. Cerca una mente che non debba necessariamente trasformare ogni problema in un turbamento permanente.
Naturalmente non possiamo controllare ogni reazione emotiva. Rabbia, paura, tristezza e ansia fanno parte dell’esperienza umana. L’atarassia non consiste nel cancellarle.
Consiste piuttosto nel non consegnare automaticamente a ogni emozione il controllo delle nostre azioni.
Possiamo essere arrabbiati senza reagire immediatamente. Possiamo essere preoccupati senza passare ore a immaginare scenari. Possiamo desiderare qualcosa senza convincerci che la nostra felicità dipenda interamente dall’ottenerla.
Ed è questa la differenza fondamentale.
L’atarassia non è una vita in cui nulla ci tocca. È una vita in cui non tutto ciò che ci tocca riesce necessariamente a trascinarci via.
L’atarassia: significato, filosofia ed esempi nella vita quotidiana
essere sereni significa davvero non lasciarsi turbare?
di Fabio Campana











