Nel mito della caverna Platone racconta una situazione apparentemente assurda. Alcuni uomini vivono fin dalla nascita incatenati all'interno di una grotta e possono guardare soltanto una parete. Alle loro spalle c'è un fuoco e, tra il fuoco e i prigionieri, passano persone che trasportano oggetti. Sulla parete vengono proiettate delle ombre. Per chi è cresciuto lì dentro, quelle sagome non sono rappresentazioni della realtà: sono la realtà stessa. Non conoscono altro e quindi non hanno motivo di dubitare di ciò che vedono.
A un certo punto uno dei prigionieri riesce a liberarsi. Si gira e scopre il fuoco, gli oggetti e il meccanismo che produce le ombre. Poi esce dalla caverna e vede per la prima volta il mondo esterno. All'inizio la luce gli dà fastidio, quasi lo acceca, perché i suoi occhi sono abituati al buio. Gradualmente però comprende che ciò che aveva considerato reale per tutta la vita era soltanto una rappresentazione parziale. Quando torna nella caverna per raccontarlo agli altri, non viene accolto come qualcuno che ha scoperto la verità. Al contrario, gli altri prigionieri faticano a credergli e preferiscono continuare a fidarsi delle ombre che conoscono.
Il racconto nasce più di duemila anni fa, ma il meccanismo che descrive è sorprendentemente facile da riconoscere ancora oggi. Le nostre ombre non vengono proiettate su una parete di pietra. Arrivano attraverso uno smartphone, una televisione, un titolo letto velocemente, un video di pochi secondi o un post condiviso migliaia di volte. Questo non significa che internet o i social network siano necessariamente una nuova caverna, né che tutto ciò che vediamo sia falso. Il problema è più semplice: tendiamo facilmente a confondere ciò che vediamo con tutto ciò che esiste.
Apriamo un social network e abbiamo l'impressione di osservare il mondo. In realtà osserviamo una selezione. Vediamo alcune notizie e non altre, alcune persone e non altre, alcuni aspetti della vita di qualcuno e non tutto ciò che accade quando la fotocamera è spenta. Gli algoritmi selezionano molti dei contenuti sulla base di ciò che abbiamo già guardato, apprezzato o commentato. Se ci fermiamo spesso su un determinato argomento, probabilmente ne vedremo sempre di più. Dopo qualche tempo può nascere una sensazione particolare: sembra che tutti parlino di quella cosa, che tutti abbiano quella determinata opinione o che il mondo stia andando esattamente nella direzione mostrata dal nostro schermo. Ma ciò che vediamo non è necessariamente falso. È semplicemente una porzione della realtà scelta attraverso un filtro.
È qui che il mito della caverna diventa particolarmente attuale. I prigionieri di Platone non sono stupidi: interpretano correttamente ciò che hanno a disposizione. Il loro errore consiste nel non sapere che esiste qualcosa oltre ciò che vedono. Lo stesso può accadere quando costruiamo un'opinione partendo da una sola fonte, quando leggiamo soltanto persone che la pensano come noi o quando interpretiamo qualche decina di post come una fotografia completa della società. La nostra caverna moderna può essere una bolla informativa nella quale le stesse idee vengono ripetute continuamente fino a sembrare evidenti.
Questo vale anche fuori dall'informazione. Sui social osserviamo persone in viaggio, case ordinate, corpi allenati, carriere brillanti, coppie felici e giornate apparentemente perfette. Sappiamo razionalmente che quelle immagini rappresentano soltanto una parte della vita di qualcuno, eppure il confronto avviene comunque. Confrontiamo la nostra giornata completa, con stanchezza, noia, problemi e momenti insignificanti, con una selezione dei momenti migliori della vita degli altri. Anche in questo caso l'ombra non è necessariamente falsa. Quel viaggio è avvenuto davvero, quella casa esiste e quella persona probabilmente era davvero felice mentre scattava quella fotografia. Il problema nasce quando una parte viene interpretata come il tutto.
Uscire dalla caverna oggi non significa quindi rifiutare internet, smettere di guardare la televisione o sospettare che tutto sia manipolato. Significa sviluppare l'abitudine a verificare ciò che vediamo e soprattutto a ricordare che potremmo non avere davanti l'intero quadro. Davanti a una notizia possiamo cercare la fonte originale, leggere più versioni dello stesso avvenimento e distinguere un fatto da un'opinione. Davanti a un contenuto molto emotivo possiamo aspettare qualche minuto prima di condividerlo. Davanti a un'affermazione che conferma perfettamente ciò che già pensiamo possiamo fare una domanda particolarmente utile: quali informazioni potrebbero farmi cambiare idea?
La parte più interessante del mito, infatti, non riguarda soltanto le ombre ma la difficoltà di abbandonarle. La luce inizialmente fa male. Cambiare prospettiva significa riconoscere che qualcosa in cui credevamo potrebbe essere incompleto o sbagliato, e questo può essere scomodo. È molto più semplice leggere un articolo che conferma le nostre convinzioni che uno che le mette in discussione. È più rassicurante frequentare persone che condividono la nostra visione del mondo che ascoltare seriamente chi sostiene qualcosa di diverso. La caverna, in fondo, non è soltanto un luogo in cui siamo intrappolati: può essere anche un luogo nel quale ci sentiamo al sicuro.
Per questo il mito di Platone continua a funzionare dopo più di duemila anni. Le ombre cambiano forma, ma la domanda rimane la stessa: quanto di ciò che consideriamo realtà dipende semplicemente da ciò che siamo abituati a vedere? Non possiamo conoscere ogni cosa, leggere ogni fonte o osservare il mondo da tutte le prospettive possibili. Possiamo però mantenere aperta la possibilità che ciò che abbiamo davanti sia soltanto una parte.
Il mito della caverna ai giorni nostri
siamo davvero così lontani dalle ombre?
di Fabio Campana











