Ci alziamo, lavoriamo, rispondiamo ai messaggi, rispettiamo gli impegni, torniamo a casa, organizziamo il giorno successivo. Apparentemente tutto funziona, eppure può comparire una sensazione difficile da definire: sto vivendo la mia vita, ma non mi sembra davvero mia. Non è necessariamente tristezza, non significa essere soli e non coincide semplicemente con l'insoddisfazione. È piuttosto una distanza, come se tra noi e ciò che facciamo si aprisse uno spazio. In filosofia questa condizione prende il nome di alienazione, una parola che indica proprio il diventare estranei a qualcosa che, almeno in teoria, dovrebbe appartenerci.
Il concetto attraversa diversi filosofi, ma con Karl Marx assume uno dei suoi significati più famosi. Marx osserva il lavoro nella società industriale e nota una contraddizione: attraverso il lavoro l'essere umano trasforma il mondo, crea oggetti, costruisce, produce e utilizza capacità che gli appartengono, eppure può accadere che proprio quell'attività finisca per sembrargli completamente estranea. Immaginiamo un operaio che passa l'intera giornata producendo una piccola parte di un oggetto che non possiederà mai, seguendo ritmi che non decide e svolgendo un'attività il cui significato complessivo gli sfugge. Ciò che produce esiste grazie a lui, ma appena viene prodotto appartiene a qualcun altro. Il lavoro occupa una parte enorme della sua vita senza essere realmente qualcosa nel quale si riconosce. Per Marx l'alienazione non riguarda quindi soltanto il fatto di avere un lavoro faticoso: riguarda la separazione tra la persona e ciò che crea, tra la persona e la propria attività e, alla fine, tra la persona e sé stessa.
Questo è il punto che rende l'alienazione ancora interessante oggi, perché non serve lavorare in una fabbrica dell'Ottocento per riconoscere quella sensazione. Possiamo svolgere un lavoro apparentemente ottimo, avere uno stipendio, una casa, una routine efficiente e accorgerci comunque che gran parte delle nostre giornate viene organizzata intorno a cose che facciamo perché “si fanno”. Studiamo per trovare un buon lavoro, lavoriamo per mantenere un certo stile di vita, compriamo oggetti che dovrebbero rappresentare il risultato del nostro lavoro e poi lavoriamo ancora per poter continuare a permetterceli. Nel frattempo possiamo iniziare a chiederci quando, esattamente, abbiamo deciso che quella fosse la vita che desideravamo. L'alienazione compare proprio quando continuiamo a partecipare a un meccanismo nel quale non riusciamo più a riconoscere le nostre motivazioni.
Ma il concetto non riguarda soltanto il lavoro. Possiamo sentirci estranei anche rispetto alla società. Viviamo circondati da modelli che suggeriscono continuamente come dovrebbe essere una vita riuscita: quale lavoro dovremmo avere, quanto dovremmo guadagnare, come dovrebbe apparire il nostro corpo, dove dovremmo andare in vacanza, quali esperienze dovremmo fare e persino come dovremmo trascorrere il tempo libero. Nessuno ci obbliga esplicitamente a seguire questi modelli, eppure possono diventare così familiari da sembrare desideri nostri. Inseguiamo un obiettivo, lo raggiungiamo e scopriamo di non provare ciò che immaginavamo. È un momento piccolo ma rivelatore, perché nasce una domanda: lo volevo davvero io o avevo semplicemente imparato a volerlo?
A quel punto l'alienazione arriva ancora più vicino. Possiamo diventare estranei persino a noi stessi quando il ruolo che interpretiamo prende lentamente il posto di ciò che sentiamo. Siamo il professionista efficiente, il genitore affidabile, la persona disponibile, quella che non crea problemi, quella che deve avere successo. Ogni ruolo può essere autentico e importante, ma quando l'intera identità finisce per coincidere con ciò che dobbiamo rappresentare agli occhi degli altri può diventare difficile capire cosa rimane quando quel ruolo si interrompe. È anche per questo che alcune persone raggiungono esattamente ciò che desideravano e, invece di sentirsi finalmente complete, provano una strana sensazione di vuoto: il traguardo esiste, ma non risponde più alla domanda per cui era stato inseguito.
La tecnologia rende questa dinamica ancora più visibile. Possiamo trascorrere ore mostrando frammenti della nostra vita, osservando quella degli altri e costruendo un'immagine coerente di chi siamo, mentre contemporaneamente perdiamo contatto con l'esperienza stessa. Fotografiamo un momento prima ancora di averlo vissuto, pensiamo a come raccontarlo mentre sta accadendo, confrontiamo una giornata reale con la selezione delle giornate altrui. A quel punto può verificarsi qualcosa di curioso: invece di vivere e poi raccontare, iniziamo quasi a vivere immaginando come apparirà ciò che stiamo vivendo. Anche qui nasce una distanza tra esperienza e rappresentazione.
Questo non significa che lavorare, utilizzare i social, desiderare successo o adattarsi alle regole della società ci renda automaticamente alienati. Il problema nasce quando smettiamo di percepire il rapporto tra ciò che facciamo e ciò a cui attribuiamo valore. L'alienazione non dice necessariamente “devi cambiare vita”, ma pone una domanda molto più utile: quanto di ciò che fai riesci ancora a riconoscere come tuo? A volte la risposta porta a grandi cambiamenti, altre volte a correzioni molto più piccole: scegliere diversamente come utilizzare il proprio tempo, rinunciare a un obiettivo che non interessa più, recuperare un'attività fatta senza produttività, smettere di misurare continuamente ciò che facciamo attraverso il riconoscimento degli altri.
Forse è proprio per questo che l'alienazione rimane un concetto così potente. Non descrive soltanto una società in cui l'essere umano viene separato dal prodotto del proprio lavoro, ma ci offre una lente con cui osservare tutte quelle situazioni in cui qualcosa che appartiene alla nostra vita smette lentamente di sembrarci nostro. Il lavoro può diventare soltanto una prestazione, il tempo qualcosa da riempire, le relazioni qualcosa da gestire, persino noi stessi un'immagine da mantenere.
E allora la domanda non è soltanto se la nostra vita funziona.
È se, mentre funziona, riusciamo ancora a riconoscerci dentro.
L’alienazione: quando la vita che viviamo comincia a sembrarci estranea
di Fabio Campana











