La riflessione di Umberto Galimberti sul razzismo ha fatto discutere moltissimo. Non tanto perché abbia cercato di giustificare un fenomeno così complesso, quanto perché ha proposto un'interpretazione completamente diversa da quella a cui siamo abituati. Normalmente immaginiamo il razzismo come il risultato di un senso di superiorità: qualcuno si sente migliore di qualcun altro e, per questo, lo discrimina. Galimberti, invece, suggerisce una possibilità quasi opposta. E se, almeno in alcuni casi, il problema non fosse sentirsi superiori, ma avere paura che l'altro sia più forte?
È una frase che, indipendentemente dal fatto che la si condivida o meno, obbliga a fermarsi un attimo. Perché sposta completamente il punto di osservazione. Non ci chiede più di domandarci se una persona si senta migliore di un'altra, ma se dietro certi atteggiamenti possa nascondersi qualcosa di molto più antico e profondo: la paura.
In fondo, la paura è uno dei motori più potenti del comportamento umano. Moltissime delle nostre decisioni non nascono dalla razionalità, ma dal modo in cui percepiamo il mondo. E la percezione non coincide quasi mai perfettamente con la realtà. È sufficiente credere che qualcosa rappresenti un pericolo perché il nostro cervello inizi a trattarlo come tale. Pensiamo alle fobie: chi ha paura di volare sa perfettamente che l'aereo è uno dei mezzi di trasporto più sicuri, eppure quella paura rimane reale. Il cervello, prima ancora dei dati, ascolta le emozioni.
Ed è qui che la riflessione di Galimberti diventa interessante. Non perché dimostri qualcosa, ma perché suggerisce una possibile chiave di lettura psicologica. Se davvero alcune persone percepiscono gli immigrati come individui che hanno affrontato prove durissime, che hanno lasciato tutto alle spalle e sono sopravvissuti a viaggi che molti di noi non avrebbero nemmeno il coraggio di immaginare, è possibile che questa immagine venga vissuta, almeno inconsciamente, come una forma di forza. E la forza degli altri, nella storia dell'uomo, è sempre stata qualcosa con cui confrontarsi.
Questo porta a una domanda ancora più ampia. Quante volte ciò che chiamiamo odio nasce, in realtà, dalla paura? Forse molto più spesso di quanto immaginiamo. L'essere umano tende a temere ciò che non conosce. È un meccanismo antichissimo, probabilmente utile quando vivere significava distinguere rapidamente ciò che era familiare da ciò che poteva rappresentare un pericolo. Oggi il mondo è completamente cambiato, ma alcuni meccanismi della nostra mente potrebbero essere rimasti sorprendentemente simili.
Naturalmente questa non è l'unica spiegazione possibile del razzismo. Sarebbe ingenuo pensarlo. Le convinzioni delle persone sono influenzate dall'educazione, dall'ambiente in cui crescono, dalle esperienze personali, dalla situazione economica, dai messaggi politici e dai media. Ridurre tutto a un'unica causa significherebbe semplificare un fenomeno estremamente complesso. Ed è proprio qui che, secondo me, sta il valore della riflessione di Galimberti. Non tanto nel fatto che abbia trovato la spiegazione definitiva, ma nell'aver proposto un'ipotesi che costringe a cambiare prospettiva.
ragionamenti
RiflessioniLa riflessione di Umberto Galimberti sul razzismo (video e riflessione personale)
Le parole del filosofo hanno acceso un acceso dibattito. Ma, al di là dell'essere d'accordo o meno, la sua riflessione apre una domanda molto più profonda: e se il razzismo, almeno in alcuni casi, nascesse dalla paura anziché dal senso di superiorità?
di Fabio Campana











