Immagina di trovarti davanti al mare durante una tempesta. Le onde sono enormi, il vento è fortissimo e tutto quello che hai davanti sembra fuori controllo. Oppure pensa a quando osservi una montagna gigantesca, una cascata imponente o un cielo completamente pieno di stelle. In quei momenti difficilmente pensi soltanto: “Che bello”. La sensazione è diversa. C’è meraviglia, certo, ma anche una specie di inquietudine. Ti senti piccolo davanti a qualcosa che sembra immensamente più grande di te.
È proprio da una sensazione simile che possiamo iniziare a capire cosa intende Kant quando parla di sublime.
Per Kant, infatti, il sublime non coincide con il bello. Il bello ci piace perché ci appare armonioso, equilibrato, comprensibile. Un fiore, un giardino ben curato o un paesaggio tranquillo hanno una forma che riusciamo facilmente a cogliere. Il sublime, invece, compare quando ci troviamo davanti a qualcosa che sembra superare le nostre capacità.
Ed è qui che la questione diventa interessante.
Pensiamo, per esempio, all’universo. Sappiamo che contiene miliardi di stelle e galassie e possiamo leggere numeri che descrivono distanze enormi. Ma riuscire a immaginare davvero quelle dimensioni è un’altra cosa. A un certo punto la nostra mente sembra arrendersi: possiamo pronunciare la parola “infinito”, ma non possiamo costruirci nella testa un’immagine capace di contenerlo.
Kant chiama questa esperienza sublime matematico. Non riguarda necessariamente la matematica nel senso comune del termine, ma ciò che appare talmente grande da non poter essere racchiuso completamente dalla nostra immaginazione.
Eppure succede qualcosa di curioso. Anche se non riusciamo a immaginare davvero l’infinito, riusciamo comunque a pensarlo. La nostra immaginazione incontra un limite, mentre la ragione continua ad andare oltre. È proprio questo contrasto a produrre quella particolare sensazione che Kant chiama sublime.
Esiste poi un’altra situazione. Non siamo davanti a qualcosa di immensamente grande, ma a qualcosa di immensamente potente. Una tempesta, un vulcano, un mare agitato, un uragano. La natura ci mostra chiaramente quanto siamo fragili. Non possiamo fermare un fulmine, controllare un’onda gigantesca o impedire a un vulcano di eruttare.
Qui Kant parla di sublime dinamico.
Perché una situazione del genere possa affascinarci, però, dobbiamo osservarla da una posizione di relativa sicurezza. Una tempesta vista dalla costa può apparire sublime; se ci troviamo su una barca che sta per affondare, difficilmente abbiamo il tempo di trasformarla in un’esperienza filosofica.
Quando il pericolo non ci colpisce direttamente, possiamo osservare la forza della natura e renderci conto di quanto siamo fisicamente piccoli rispetto a essa. Ma proprio mentre percepiamo questa inferiorità, scopriamo anche qualcosa di diverso: non siamo soltanto corpi vulnerabili. Siamo esseri capaci di pensare, giudicare e comprendere la nostra stessa condizione.
Ed è qui che il sublime di Kant mostra il suo vero significato.
All’inizio qualcosa ci sovrasta. Ci mette quasi in difficoltà. La nostra immaginazione non riesce a contenerlo oppure la nostra forza fisica non può competere con quella della natura. Poi però entra in gioco la ragione, che ci permette di andare oltre quella sensazione di impotenza.
Per questo il sublime contiene contemporaneamente disagio e piacere.
Ci sentiamo piccoli e grandi nello stesso momento.
Piccoli perché scopriamo quanto siano limitate le nostre capacità fisiche e percettive. Grandi perché ci rendiamo conto che la nostra mente riesce a pensare anche ciò che non riesce completamente a rappresentare o dominare.
E forse è questo l’aspetto più affascinante della teoria di Kant: il sublime sembra parlare della natura, ma in realtà parla soprattutto di noi.
Quando guardiamo una montagna e diciamo che è sublime, non stiamo semplicemente descrivendo quella montagna. Stiamo descrivendo quello che accade dentro di noi mentre la osserviamo.
La natura mette davanti ai nostri occhi qualcosa che supera i nostri limiti e, proprio attraverso quel limite, ci fa scoprire una capacità che non sapevamo di avere.
Il bello ci rassicura.
Il sublime, invece, prima ci destabilizza e poi ci restituisce una sensazione sorprendente: quella di essere minuscoli davanti all’universo, ma capaci comunque di pensarlo.
Il sublime di Kant: cosa si intende davvero?
di Fabio Campana











