Quando sentiamo la parola nichilismo, pensiamo facilmente a una persona che non crede in nulla, che considera tutto inutile e che guarda la vita con pessimismo. Ma filosoficamente il nichilismo è qualcosa di più complesso. Non significa semplicemente essere tristi o pensare che “tanto non serve a niente”. Indica una crisi molto più profonda: la perdita di quei valori e di quelle certezze che fino a quel momento danno un significato alla realtà.
La parola deriva dal latino nihil, cioè “nulla”. Il problema nasce quando ciò che consideriamo vero, giusto, importante o assoluto smette improvvisamente di sembrarci tale.
Per secoli molte società trovano il proprio senso nella religione, nella tradizione, nella morale e nell'idea che esista un ordine superiore capace di stabilire cosa è bene, cosa è male e quale sia il posto dell'essere umano nel mondo. Quando queste certezze iniziano a vacillare, però, non scompare soltanto una convinzione. Si apre un vuoto.
Ed è proprio questo vuoto che Friedrich Nietzsche osserva con particolare lucidità.
Quando Nietzsche pronuncia la celebre frase “Dio è morto”, non sta semplicemente dichiarando di non credere in Dio. Sta descrivendo un cambiamento culturale. L'Occidente continua a vivere utilizzando valori costruiti per secoli intorno a una visione religiosa e metafisica del mondo, mentre allo stesso tempo comincia a non credere più davvero nelle fondamenta che sostengono quei valori.
Il risultato è una contraddizione.
Se non esiste più un ordine assoluto che stabilisce dall'esterno cosa è giusto, importante o significativo, da dove arrivano i nostri valori? Perché una cosa dovrebbe essere considerata buona e un'altra cattiva? Perché dovremmo vivere in un determinato modo?
È qui che compare il nichilismo.
La persona può arrivare alla conclusione che, se non esiste un significato universale, allora niente possiede realmente significato. Obiettivi, morale, successo, sacrifici, regole: tutto può apparire come una costruzione umana priva di un fondamento definitivo.
È una sensazione che, in forme molto meno radicali, riconosciamo anche nella vita quotidiana.
Studiamo per ottenere un lavoro, lavoriamo per guadagnare, guadagniamo per vivere meglio, cerchiamo risultati, riconoscimento e sicurezza. Ma prima o poi può comparire una domanda estremamente semplice: perché?
E dopo la prima risposta ne arriva un'altra.
Perché voglio avere successo? Perché voglio essere riconosciuto? Perché considero questa vita migliore di un'altra? Continuando a chiedere “perché?”, possiamo arrivare a un punto in cui non troviamo più una risposta definitiva.
Il nichilismo nasce anche lì: quando le spiegazioni che normalmente utilizziamo non sembrano più sufficienti.
Nietzsche però non considera necessariamente questa crisi come il punto finale. Ed è proprio qui che la sua filosofia diventa più interessante.
Distingue infatti, in sostanza, tra un nichilismo che paralizza e uno che può trasformarsi in qualcosa di nuovo.
Nel nichilismo passivo, la caduta dei vecchi valori produce rassegnazione. Se niente possiede un significato assoluto, allora non vale la pena impegnarsi, scegliere o costruire qualcosa. È la versione del “tanto è tutto inutile”.
Il nichilismo attivo, invece, parte dallo stesso vuoto ma reagisce diversamente. Se i vecchi valori non funzionano più, invece di rimpiangerli li mette in discussione. Li distrugge per creare qualcosa di nuovo.
La differenza è enorme.
Dire “la vita non possiede un significato già stabilito” non equivale necessariamente a dire “la vita non può avere significato”.
Potrebbe voler dire esattamente il contrario: che il significato non viene trovato come un oggetto nascosto da qualche parte, ma viene costruito.
In questa prospettiva il nichilismo diventa una fase di passaggio. Prima perdiamo una certezza, poi affrontiamo il vuoto che lascia e infine dobbiamo decidere cosa mettere al suo posto.
È anche per questo che il concetto rimane estremamente attuale.
Viviamo in una società in cui molte strutture tradizionali perdono forza. Religione, carriera, famiglia, successo economico e status sociale non rappresentano più automaticamente lo stesso ideale per tutti. Abbiamo più possibilità di scegliere come vivere, ma insieme alla libertà aumenta anche una domanda difficile: se nessuno stabilisce quale sia la vita giusta, come scegliamo la nostra?
Il nichilismo non offre una risposta semplice.
Ci mette davanti al problema.
Possiamo interpretare l'assenza di un significato assoluto come una condanna e concludere che nulla conta. Oppure possiamo considerarla uno spazio di libertà nel quale siamo costretti ad assumerci la responsabilità di ciò a cui decidiamo di attribuire valore.
Ed è forse questo il paradosso più interessante del nichilismo: quando crollano le risposte già pronte, non scompare necessariamente il significato. Scompare soltanto la possibilità di riceverlo senza doverlo scegliere.
Il nichilismo
Cosa succede quando niente sembra avere più senso?
di Fabio Campana











