Immagina questa situazione.

Due persone vengono arrestate con l'accusa di aver commesso un reato insieme. La polizia le interroga separatamente, senza permettere loro di comunicare. A ciascuna viene proposta la stessa scelta.

Se entrambi rimangono in silenzio, le prove non sono sufficienti e ricevono una pena leggera.

Se uno confessa e l'altro tace, chi confessa ottiene uno sconto di pena, mentre l'altro riceve la condanna più pesante.

Se entrambi confessano, vengono entrambi condannati a una pena intermedia.

A questo punto sembra ovvio che la soluzione migliore sia collaborare e rimanere in silenzio.

Eppure è proprio qui che nasce il dilemma.

Ogni prigioniero inizia a ragionare da solo. Se l'altro decidesse di confessare, rimanere in silenzio sarebbe la scelta peggiore. Se invece l'altro rimanesse in silenzio, confessare permetterebbe di ottenere il massimo vantaggio personale. Qualunque cosa faccia l'altro, confessare sembra la decisione più conveniente. Così entrambi confessano.

Il risultato è paradossale.

Entrambi prendono una decisione razionale dal proprio punto di vista, ma insieme ottengono un risultato peggiore rispetto a quello che avrebbero raggiunto collaborando. È questo il cuore del dilemma del prigioniero: ciò che conviene al singolo non sempre coincide con ciò che conviene a tutti.

Anche se nasce come un semplice esperimento mentale, il dilemma descrive moltissime situazioni della vita reale.

Due aziende potrebbero mantenere prezzi elevati e ottenere buoni profitti. Se però una decide di abbassarli per conquistare più clienti, costringe anche l'altra a fare lo stesso. Alla fine entrambe guadagnano meno.

Lo stesso meccanismo si osserva nei rapporti tra Stati. Se tutti investissero meno negli armamenti, tutti risparmierebbero risorse. Ma il timore che qualcun altro non faccia lo stesso spinge ciascuno ad armarsi sempre di più.

Succede perfino nella vita quotidiana. Se tutti rispettano una fila, tutti aspettano meno. Ma se qualcuno cerca di passare davanti agli altri, ottiene un piccolo vantaggio personale mentre peggiora l'esperienza di tutti.

Per molti anni il dilemma del prigioniero sembra suggerire una visione pessimistica dell'essere umano: quando ognuno pensa solo a sé stesso, la cooperazione sembra impossibile.

Poi arriva una scoperta interessante.

Negli anni Ottanta il politologo Robert Axelrod organizza una serie di tornei informatici basati sul dilemma del prigioniero ripetuto. I partecipanti inviano strategie diverse per vedere quale funzioni meglio nel lungo periodo. Contro ogni previsione, non vince la strategia più aggressiva, ma una delle più semplici: Tit for Tat ("occhio per occhio"). Questa strategia inizia cooperando e, da quel momento, replica semplicemente il comportamento dell'altro giocatore. Se l'altro coopera, continua a cooperare. Se tradisce, risponde allo stesso modo. Nel lungo periodo questa semplicità favorisce la nascita della fiducia e della collaborazione.

Ed è forse questa la riflessione più interessante.

Il dilemma del prigioniero non dimostra che le persone sono egoiste. Dimostra che la fiducia è fragile. Quando non possiamo comunicare, quando non conosciamo le intenzioni degli altri e quando temiamo di essere traditi, tendiamo a proteggerci scegliendo ciò che sembra più sicuro. A volte, però, quella scelta finisce per danneggiare tutti, compresi noi stessi.