Un minuto continua a durare sessanta secondi a qualsiasi età. Eppure il tempo psicologico non funziona come un orologio. Possiamo trascorrere dieci minuti aspettando qualcuno e percepirli come interminabili, oppure passare due ore facendo qualcosa che ci coinvolge e accorgerci improvvisamente che sono finite.

Quando parliamo della sensazione che il tempo passi più velocemente con l’età, però, stiamo descrivendo soprattutto qualcosa che accade guardandoci indietro. Un mese può sembrarci normale mentre lo viviamo e cortissimo quando, sei mesi dopo, proviamo a ricordarlo.

Gli studi confermano che questa sensazione è molto comune, ma introducono subito una sorpresa: l’età da sola spiega molto meno di quanto immaginiamo. In alcune ricerche la differenza tra giovani e adulti nella percezione della velocità di giorni e settimane è piuttosto piccola. Diventa più evidente quando chiediamo alle persone quanto velocemente siano passati periodi lunghi, per esempio gli ultimi dieci anni.

Questo significa che il nostro cervello non possiede semplicemente un acceleratore che si attiva compleanno dopo compleanno.

Conta moltissimo come riempiamo il tempo.

Pensiamo a una vacanza in un posto mai visto. Il primo giorno dobbiamo capire dove siamo, osserviamo edifici nuovi, assaggiamo cibi diversi, impariamo strade, incontriamo persone e memorizziamo decine di dettagli. Una settimana dopo torniamo alla nostra routine: stesso tragitto, stesso supermercato, stessi orari, stessi ambienti.

Le due settimane durano esattamente sette giorni ciascuna.

Ma nei ricordi non hanno necessariamente lo stesso “peso”.

Quando una fase della vita contiene molti cambiamenti, la memoria dispone di numerosi punti con cui ricostruirla. Quando invece le giornate sono molto simili, possono comprimersi facilmente in un’unica impressione generale.

È uno dei motivi per cui l’infanzia appare così lunga. Un bambino vive continuamente delle prime volte.

Prima scuola.

Primo viaggio.

Prima notte fuori casa.

Prima amicizia importante.

Prima bicicletta.

Prima volta che comprende qualcosa che fino al giorno precedente non sapeva neppure esistesse.

Da adulti molte di queste esperienze diventano routine. Non dobbiamo più costruire da zero una rappresentazione del mondo ogni mattina.

Ma qui bisogna evitare una spiegazione troppo facile. “Più novità = tempo più lento” non è una legge universale. Una recente revisione sulla percezione del ritmo della vita mostra che memoria, routine, emozioni, aspettative, crescita personale e significato degli eventi interagiscono tra loro. Curiosamente, alcuni periodi molto ricchi e significativi vengono ricordati anche come periodi “volati”.

In altre parole, esistono almeno due tempi.

C’è il tempo mentre lo viviamo.

E c’è il tempo quando lo ricordiamo.

Durante una giornata piena di novità possiamo avere la sensazione che le ore passino velocissime perché siamo completamente coinvolti. Ma, guardandoci indietro, quella stessa giornata può sembrare lunga perché contiene moltissimi ricordi.

Succede anche il contrario.

Una domenica noiosa può sembrare infinita mentre la viviamo e quasi scomparire dalla memoria qualche mese dopo.

È una distinzione fondamentale perché risolve un apparente paradosso: le cose belle spesso “volano” mentre accadono, ma possono rendere più ricco il periodo quando lo ricordiamo.

C’è poi la famosa teoria delle proporzioni.

Quando abbiamo cinque anni, un anno rappresenta un quinto dell’intera vita che abbiamo vissuto. A cinquant’anni rappresenta soltanto un cinquantesimo. Da qui nasce l’idea che ogni nuovo anno venga percepito come progressivamente più piccolo rispetto a tutto ciò che conosciamo.

È una spiegazione intuitiva e probabilmente contribuisce al modo in cui pensiamo al tempo, ma non è stata dimostrata come la grande formula capace di spiegare da sola il fenomeno. Le ricerche sulla percezione temporale mostrano un quadro molto più complicato.

Conta anche la pressione.

Lavoro, figli, appuntamenti, bollette, messaggi, scadenze e attività da incastrare fanno sì che molti adulti vivano con la sensazione di avere più cose da fare che tempo disponibile.

Uno studio condotto su oltre 1.800 adulti trova che persone di età molto diverse dichiarano spesso che il tempo passa velocemente e collega parte di questa sensazione proprio alla pressione temporale, mentre le differenze puramente legate all’età risultano relativamente modeste per periodi brevi.

In pratica potremmo non sentire soltanto che “il tempo accelera”.

Potremmo sentire che noi stiamo cercando di mettere sempre più cose dentro lo stesso tempo.

Anche attenzione e memoria entrano nella questione. Con l’invecchiamento cambiano alcuni processi cognitivi utilizzati per stimare durate e organizzare temporalmente gli eventi. Gli studi non individuano un unico “orologio interno” responsabile dell’accelerazione, ma mostrano che attenzione, memoria e altri processi cognitivi influenzano il modo in cui giudichiamo il passare del tempo.

Una ricerca pubblicata nel 2026 aggiunge una chicca interessante. Studiando persone tra 20 e 91 anni, i ricercatori confermano che gli adulti più anziani tendono a descrivere gli ultimi dieci anni come passati più velocemente. Ma la spiegazione non sembra essere semplicemente che abbiano meno ricordi autobiografici: anzi, riportano anche ricordi vividi e significativi. Una capacità più ridotta di codificare nuove informazioni risulta invece associata maggiormente alla sensazione di compressione del tempo.

Quindi il vecchio consiglio “fai cose nuove così il tempo rallenta” contiene qualcosa di interessante, ma va interpretato bene.

Non possiamo rallentare l’orologio.

Possiamo però rendere meno intercambiabili i periodi della nostra vita.

Non significa partire ogni mese per il Giappone o cambiare lavoro continuamente. Può bastare molto meno: percorrere una strada diversa, imparare qualcosa, frequentare un luogo nuovo, iniziare un progetto, leggere un genere mai provato, cucinare una ricetta diversa o creare piccoli eventi che separino una settimana dall’altra.

Il punto non è riempire ossessivamente l’agenda.

Anzi, farlo potrebbe aumentare proprio quella sensazione di tempo che corre.

Il punto è creare differenze riconoscibili.

Se ogni lunedì assomiglia al precedente, alla memoria rimangono pochi appigli per distinguerli. Se alcuni giorni contengono esperienze particolari, il periodo acquista una struttura.

Ed è forse questo l’aspetto più utile dell’intera questione.

Quando diciamo “quest’anno è volato”, non stiamo necessariamente descrivendo la velocità del tempo.

Stiamo descrivendo come il nostro cervello ha registrato quell’anno.

Il calendario continuerà comunque a correre alla stessa velocità.

Ma possiamo decidere se lasciare dietro di noi dodici mesi quasi indistinguibili oppure una sequenza di momenti che, guardandoci indietro, riusciamo ancora a separare.

Forse non possiamo rallentare il tempo.

Possiamo però evitare che passi senza lasciare abbastanza tracce.