Capita praticamente a tutti. Guardiamo una macchia sul muro e vediamo un profilo umano, osserviamo la parte anteriore di un'automobile e ci sembra di riconoscere due occhi e una bocca, oppure individuiamo un animale tra le forme delle nuvole. Sappiamo perfettamente che quell'oggetto non possiede davvero un volto, eppure una volta che lo riconosciamo diventa difficile smettere di vederlo. Questo fenomeno prende il nome di pareidolia.

La pareidolia è la tendenza del cervello a riconoscere immagini e forme familiari all'interno di stimoli ambigui o casuali. Non riguarda soltanto i volti, anche se sono probabilmente l'esempio più immediato. Possiamo vedere animali nelle rocce, figure nelle costellazioni o oggetti nelle macchie d'inchiostro. Può accadere anche con i suoni: in un rumore poco chiaro possiamo avere l'impressione di sentire una parola, una voce o una frase.

Il punto fondamentale è che gli occhi raccolgono informazioni, ma è il cervello a dare loro un significato. Quando osserviamo qualcosa non analizziamo ogni singolo dettaglio da zero. Il cervello confronta rapidamente quello che arriva dagli occhi con schemi che conosce già e prova a capire cosa ha davanti. È un sistema estremamente utile perché ci permette di riconoscere persone, oggetti e situazioni senza doverli studiare ogni volta come se fossero completamente nuovi.

Questa capacità funziona particolarmente bene con i volti. Bastano pochi elementi disposti nel modo giusto — due punti nella parte superiore e una forma sotto — perché possiamo avere immediatamente l'impressione di vedere occhi e bocca. È il motivo per cui una presa elettrica può sembrare avere un'espressione, i fari di un'automobile possono diventare due occhi e le finestre di una casa possono trasformarsi in un volto. L'oggetto non cambia. È il nostro cervello che completa ciò che vede utilizzando uno schema estremamente familiare.

In un certo senso il sistema preferisce commettere un errore in più piuttosto che perdere un'informazione potenzialmente importante. Riconoscere velocemente un volto, un animale o una figura nell'ambiente è utile. Di conseguenza il cervello può individuare uno schema anche quando quello schema esiste soltanto in parte. La pareidolia non indica quindi che vediamo qualcosa che non c'è nel senso di una vera allucinazione. L'immagine esterna esiste: esistono realmente la nuvola, la macchia o le rocce. Siamo noi ad attribuire a quella forma casuale un significato familiare.

Uno degli esempi più famosi arriva addirittura da Marte. Nel 1976 una fotografia della regione marziana di Cydonia mostra una formazione rocciosa che, a causa della risoluzione dell'immagine, delle ombre e dell'illuminazione, ricorda sorprendentemente un volto umano. Nasce così il famoso “volto su Marte”.

volto su marte
volto su marte

Per anni l'immagine alimenta interpretazioni fantasiose sull'esistenza di monumenti o antiche civiltà extraterrestri. Fotografie successive e molto più dettagliate mostrano però una normale formazione geologica. Il volto emerge soprattutto nelle condizioni della vecchia immagine perché il nostro cervello trasforma luci e ombre in qualcosa che conosce molto bene.

Lo stesso meccanismo spiega molti presunti volti comparsi negli oggetti più diversi. Nel corso degli anni persone riconoscono figure umane o religiose su fette di pane tostato, macchie, alberi, pareti e superfici naturali. Due persone possono inoltre guardare la stessa immagine e vedere cose differenti. Una riconosce immediatamente un volto, un'altra vede un animale e una terza non individua nulla di particolare. Questo succede perché ciò che riconosciamo dipende anche dalle immagini, dalle aspettative e dalle associazioni che abbiamo già nella memoria.

Le nuvole rappresentano forse il modo più semplice per sperimentare direttamente il fenomeno. La loro forma è irregolare e cambia continuamente, quindi offre al cervello una quantità enorme di combinazioni possibili. Basta concentrarsi per qualche minuto e iniziamo a riconoscere cani, draghi, volti, montagne o qualsiasi altra figura familiare. Nessuno disegna realmente quelle immagini nel cielo: siamo noi a selezionare alcuni contorni e a ignorarne altri finché emerge qualcosa che ha senso.

È anche il motivo per cui, una volta che qualcuno ci dice cosa dovremmo vedere, diventa molto più semplice trovarlo. Possiamo guardare una macchia senza notare nulla, poi qualcuno dice “sembra un volto che guarda verso sinistra” e improvvisamente il volto appare chiarissimo. L'immagine non cambia neanche di un millimetro. Cambia l'interpretazione che il cervello cerca.

Questo aspetto rende la pareidolia interessante anche oltre le semplici immagini divertenti. Mostra infatti una caratteristica fondamentale della percezione: non osserviamo il mondo in maniera completamente neutrale. Il cervello cerca continuamente di organizzare ciò che riceve, riconoscere schemi e utilizzare esperienze precedenti per interpretare ciò che ha davanti. Nella maggior parte dei casi questa capacità ci permette di orientarci rapidamente nella realtà. Ogni tanto, però, ci fa vedere un sorriso in una macchina del caffè.

La pareidolia diventa problematica soltanto quando una somiglianza viene considerata automaticamente una prova di qualcosa. Una fotografia può assomigliare moltissimo a un volto senza che esista realmente un volto. Una roccia può ricordare una statua senza essere stata scolpita. Una sequenza casuale può apparire intenzionale senza esserlo. Riconoscere uno schema e dimostrare che quello schema esiste davvero sono due cose differenti.

Ed è proprio questo a rendere la pareidolia così affascinante. Quando vediamo una faccia nella Luna o un animale tra le nuvole pensiamo di stare osservando una curiosità del mondo esterno, ma in realtà stiamo osservando anche il modo in cui funziona la nostra mente. Il volto non è nella presa elettrica, il cane non è nella nuvola e la faccia non è sulla roccia. Eppure li vediamo chiaramente.

Perché il cervello non si limita a ricevere la realtà. Cerca continuamente di darle una forma che conosce.