Figlio: Papà, oggi a scuola abbiamo studiato una parola che non avevo mai sentito: immigrato. Che cosa significa?
Padre: Era una parola usata per indicare una persona che lasciava il luogo in cui era nata e andava a vivere in un altro posto.
Figlio: Ma noi facciamo continuamente così. La zia vive nell’Emisfero Nord, tu sei nato vicino all’antico Mediterraneo e io sono nato nella zona che una volta chiamavano Sud America.
Padre: Oggi sì. Nel 2750 nessuno considera strano spostarsi sul pianeta. Ma molti secoli fa la Terra era divisa in Stati. Ogni Stato aveva dei confini.
Figlio: Confini naturali?
Padre: No. Alcuni seguivano montagne o fiumi, ma spesso erano semplicemente linee decise dagli esseri umani.
Figlio: E le linee impedivano alle persone di passare?
Padre: Non fisicamente. Non c’era un muro lungo ogni linea. Ma esistevano leggi che stabilivano chi poteva attraversarle, chi poteva restare e chi doveva essere mandato indietro.

Figlio: Mandato indietro dove?
Padre: Nel posto da cui proveniva.
Figlio: Anche se non voleva tornarci?
Padre: A volte sì.
Figlio: Perché?
Padre: Perché essere nati da una parte o dall’altra di una di quelle linee determinava molti diritti. Documenti diversi permettevano possibilità diverse.
Figlio: Aspetta. Quindi due bambini potevano nascere a pochi chilometri di distanza e avere vite completamente diverse solo perché uno nasceva da un lato della linea e uno dall’altro?
Padre: Esattamente.
Figlio: E agli adulti sembrava normale?
Padre: A molti sì. Quando una regola esiste da molto tempo, le persone possono smettere di chiedersi quanto sia strana.
Figlio: Ma perché qualcuno lasciava casa sua?
Padre: Per gli stessi motivi per cui gli esseri umani si sono sempre spostati. Cercavano lavoro, sicurezza, una vita migliore. Alcuni fuggivano da guerre, persecuzioni, povertà o disastri. Altri volevano semplicemente vivere altrove.
Figlio: E se scappavano da una guerra li facevano entrare?
Padre: A volte. Altre volte incontravano ostacoli, attese, respingimenti. Le regole cambiavano molto a seconda del luogo, del periodo e della persona.
Figlio: Ma se uno sta scappando, non dovrebbe essere quella la cosa importante?
Padre: Oggi ragioniamo così. All’epoca molte società pensavano anche alla sicurezza, alle risorse disponibili, al lavoro, alla capacità di accogliere nuove persone e al controllo delle frontiere. Erano problemi reali. Il problema nasceva quando, invece di discutere su come gestire lo spostamento delle persone, si cominciava a discutere se alcune persone meritassero meno dignità di altre.
Figlio: Come facevano?
Padre: Le trasformavano in categorie. “Migranti”. “Clandestini”. “Stranieri”. “Quelli che arrivano”.
Figlio: Ma erano persone.
Padre: Certo.
Figlio: Avevano nomi?
Padre: Tutti.
Figlio: Famiglie?
Padre: Quasi tutti.
Figlio: Paure?
Padre: Sì.
Figlio: Allora perché parlavano di loro come se fossero una cosa unica?
Padre: Perché i gruppi sono più semplici delle persone. Se dici “migliaia di migranti” puoi immaginare una massa. Se dici “una madre con due figli che ha attraversato il mare perché teme che vengano uccisi”, diventa più difficile dimenticare che stai parlando di esseri umani.
Figlio: Attraversavano il mare?
Padre: Sì. Alcuni salivano su imbarcazioni molto pericolose.

Figlio: Ma nel 2000 avevano già navi grandi, satelliti e aerei.
Padre: Li avevano.
Figlio: E allora perché usavano barche pericolose?
Padre: Perché spesso non potevano prendere semplicemente un normale mezzo di trasporto ed entrare legalmente nel posto in cui volevano andare.
Figlio: Quindi impedivano loro di viaggiare normalmente e poi li criticavano perché viaggiavano in modo irregolare?
Padre: In alcuni casi la contraddizione era proprio quella.

Figlio: È strano.
Padre: Molte cose del passato sembrano strane soltanto dopo che smettiamo di viverci dentro.
Figlio: A scuola abbiamo visto anche che una volta esistevano religioni diverse.
Padre: Esistono ancora tradizioni, racconti, filosofie e rituali. Ma non vengono più registrati come appartenenze che dividono ufficialmente le persone.
Figlio: E parlavano lingue diverse?
Padre: Migliaia.
Figlio: Bello.
Padre: Molto. Il problema non era la diversità delle lingue. Era quando una differenza diventava una gerarchia. Quando il modo in cui parlavi, il luogo in cui nascevi, il colore della pelle o la religione della tua famiglia potevano decidere come venivi trattato.
Figlio: Quando è cambiato tutto?
Padre: Non è cambiato in un giorno. Per molto tempo gli esseri umani hanno continuato ad avere Stati, passaporti e frontiere. Poi la tecnologia ha reso sempre più facile comunicare e spostarsi. Le crisi climatiche hanno obbligato milioni di persone a trasferirsi. Le economie sono diventate completamente interdipendenti. A un certo punto continuare a fingere che ogni pezzo del pianeta potesse vivere separato dagli altri è diventato sempre meno pratico.
Figlio: E hanno cancellato gli Stati?
Padre: Prima hanno perso importanza. Poi alcune funzioni sono state condivise. Molto lentamente, l’idea che un essere umano dovesse avere diritti diversi in base al punto esatto in cui era nato ha cominciato a sembrare assurda.
Figlio: Però ancora non capisco una cosa.
Padre: Quale?
Figlio: Le persone del passato sapevano che la Terra era un pianeta?
Padre: Certo.
Figlio: Avevano fotografie dallo spazio?
Padre: Da secoli.
Figlio: E nelle fotografie si vedevano i confini?
Padre: No.
Figlio: Nessuno?
Padre: Nessuno.
Figlio: Si vedevano gli Stati?
Padre: No.
Figlio: Le religioni?
Padre: Nemmeno.
Figlio: Le lingue?
Padre: No.
Figlio: Allora cosa si vedeva?
Padre: Oceani. Nuvole. Continenti. Deserti. Foreste. Ghiaccio. Una sfera sospesa nel buio.
Figlio: E loro guardavano quella fotografia e poi tornavano a discutere su chi aveva il diritto di stare in quale pezzo?
Padre: Sì.
Figlio: Deve essere stato difficile vivere in un’epoca così.
Padre: Per alcuni molto più che per altri.

Figlio: Noi siamo migliori?
Padre: Non necessariamente.
Figlio: Ma non facciamo più quelle cose.
Padre: No. Però anche noi abbiamo regole che ti sembrano completamente normali perché sei nato dentro di esse.
Figlio: Quali?
Padre: È proprio questo il problema. Probabilmente non lo sappiamo ancora.
Figlio: E come facciamo a scoprirlo?
Padre: Possiamo provare a fare una cosa che gli esseri umani hanno sempre fatto troppo poco.
Figlio: Cosa?
Padre: Guardare le nostre regole come se fossimo già nel futuro.
Figlio: Cioè?
Padre: Chiederci: se un bambino del 3500 leggesse questa pagina della nostra storia, che cosa non riuscirebbe a capire?
Figlio: Come io non riesco a capire i confini.
Padre: Esatto.
Figlio: Papà?
Padre: Dimmi.
Figlio: Secondo te le persone che vivevano allora sapevano che un giorno qualcuno avrebbe trovato tutto questo assurdo?
Padre: Alcune sì.
Figlio: E cosa facevano?
Padre: Cercavano di ricordare agli altri una cosa molto semplice.
Figlio: Quale?
Padre: Che prima di essere cittadini di uno Stato, membri di una religione, parlanti di una lingua, residenti da una parte o dall’altra di una frontiera, erano già tutti la stessa cosa.
Figlio: Esseri umani?
Padre: Esseri umani.











