Una civiltà molto più avanzata della nostra potrebbe avere bisogno di una quantità enorme di energia. A quel punto, raccogliere soltanto quella che raggiunge la superficie di un pianeta potrebbe non essere sufficiente. La soluzione più efficace consisterebbe nell’avvicinarsi direttamente alla fonte: la stella.
Da questo ragionamento nasce il concetto di sfera di Dyson. Non si tratta di una tecnologia realmente osservata e nemmeno di un progetto che possiamo costruire oggi. È un’ipotesi scientifica che permette agli astronomi di formulare una domanda concreta: se una civiltà sfrutta una parte importante dell’energia della propria stella, possiamo accorgercene dalla Terra?
Il fisico Freeman Dyson presenta questa idea nel 1960, in un breve articolo pubblicato sulla rivista Science e intitolato “Search for Artificial Stellar Sources of Infrared Radiation”.

Dyson parte da un fatto semplice. Una stella libera nello spazio una quantità enorme di energia e solo una piccolissima parte raggiunge i pianeti che le orbitano intorno. Una civiltà capace di costruire strutture nello spazio potrebbe quindi circondare progressivamente la propria stella con dispositivi destinati a raccoglierne la luce.
Il nome “sfera di Dyson” può però trarre in inganno. Nell’immaginario comune appare come un enorme guscio rigido che racchiude completamente una stella. Una costruzione simile richiederebbe una quantità inimmaginabile di materiale e sarebbe molto difficile da mantenere stabile.
La versione più plausibile è lo “sciame di Dyson”: milioni o miliardi di pannelli, satelliti, stazioni e strutture indipendenti che orbitano intorno alla stella. Ogni elemento raccoglie energia e la utilizza oppure la trasmette verso altri punti del sistema.

Uno sciame potrebbe essere costruito gradualmente. Una civiltà inizia con pochi satelliti, usa l’energia raccolta per produrne altri e aumenta progressivamente la parte di luce intercettata. Non deve necessariamente coprire tutta la stella: anche una struttura parziale può fornire una quantità di energia molto superiore a quella disponibile su un singolo pianeta.
A che cosa servirebbe tutta questa energia? Possiamo soltanto fare ipotesi: sostenere una popolazione molto numerosa, alimentare industrie spaziali, compiere viaggi interstellari oppure far funzionare sistemi informatici estremamente potenti.
La sfera di Dyson viene spesso collegata alla scala di Kardashev, proposta nel 1964 dall’astronomo sovietico Nikolaj Kardašëv. Questa classificazione divide le civiltà in base alla quantità di energia che riescono a utilizzare.
Una civiltà di tipo I sfrutta risorse paragonabili a quelle disponibili su un intero pianeta. Una civiltà di tipo II utilizza l’energia della propria stella. Una civiltà di tipo III arriva a controllare energia su scala galattica. L’umanità non raggiunge ancora il primo livello, mentre uno sciame di Dyson rappresenterebbe una possibile tecnologia di una civiltà di tipo II.
Ma come possiamo scoprire una struttura simile da una distanza di centinaia o migliaia di anni luce?
Freeman Dyson suggerisce di cercare il calore.
Qualunque macchina utilizzi energia produce anche calore. Se milioni di strutture assorbono la luce di una stella, una parte di quell’energia viene inevitabilmente dispersa sotto forma di radiazione infrarossa. Vista dalla Terra, la stella potrebbe quindi apparire più debole del previsto nella luce visibile e insolitamente luminosa nell’infrarosso.
La NASA considera questo calore di scarto una possibile “tecnofirma”, cioè un segnale che potrebbe indicare la presenza di una tecnologia extraterrestre.
Il problema è che anche molti fenomeni naturali producono radiazione infrarossa. La polvere intorno alle stelle assorbe la luce e la riemette sotto forma di calore. Lo stesso accade nei sistemi planetari in formazione e in alcune galassie lontane.
Un eccesso di infrarosso, quindi, non dimostra l’esistenza di una sfera di Dyson. Indica soltanto qualcosa di anomalo che deve essere studiato eliminando, una dopo l’altra, tutte le possibili spiegazioni naturali.
Una ricerca importante arriva con il Progetto Hephaistos. Gli studiosi confrontano le osservazioni di milioni di stelle raccolte dalle missioni Gaia, 2MASS e WISE. Nel 2024 esaminano circa cinque milioni di sorgenti e selezionano sette possibili candidate, tutte nane rosse con un insolito eccesso di radiazione infrarossa.
Alcuni titoli parlano immediatamente di “sette sfere di Dyson”, ma è una conclusione scorretta. I ricercatori individuano sette oggetti interessanti, non sette costruzioni aliene.
Nel 2025 osservazioni più precise mostrano che almeno uno dei segnali è contaminato da una galassia lontana, molto luminosa nell’infrarosso, che si trova quasi sulla stessa linea visiva della stella. Quella che sembra una possibile megastruttura trova quindi una spiegazione naturale.
Gli altri candidati richiedono ulteriori controlli, ma al momento non esiste alcuna prova confermata della presenza di una sfera di Dyson.
Una curiosità aiuta a comprendere le dimensioni dell’idea. Se uno sciame circonda una stella a una distanza simile a quella tra la Terra e il Sole, occupa una regione larga circa 300 milioni di chilometri. Costruirlo significherebbe organizzare un intero sistema stellare e, probabilmente, utilizzare materiali ricavati da pianeti, lune e asteroidi.
Anche una civiltà estremamente avanzata non potrebbe però sfuggire alle leggi della fisica. Ogni attività che consuma energia produce calore. La tecnologia può diventare più efficiente, ma non può eliminare completamente questo scarto. È proprio qui che l’idea di Dyson diventa scientificamente interessante: invece di aspettare un messaggio alieno, possiamo cercare un effetto involontario prodotto dalla loro tecnologia.











