Quando pensiamo al nazismo, la risposta più immediata sembra semplice: Hitler vuole conquistare l’Europa. È vero, ma è soltanto una parte del progetto. Il nazismo non nasce semplicemente come una politica estera aggressiva e non punta soltanto ad allargare i confini della Germania. Il suo obiettivo è molto più radicale: costruire una nuova società fondata su una gerarchia razziale, eliminare chi viene considerato incompatibile con essa e conquistare lo spazio necessario perché questa società possa espandersi. Guerra, dittatura, persecuzione ed espansione territoriale non sono quindi fenomeni separati, ma parti di una stessa visione.

Per comprenderla bisogna partire dalla Germania che esce dalla Prima guerra mondiale. La sconfitta del 1918, il trattato di Versailles, le perdite territoriali, le riparazioni di guerra, l’instabilità politica e le successive crisi economiche alimentano una società attraversata da paura e risentimento. Hitler sfrutta questo clima promettendo di restituire alla Germania forza, unità e prestigio, ma la sua spiegazione della crisi non è semplicemente politica o economica: costruisce un racconto nel quale la nazione tedesca sarebbe stata indebolita da nemici esterni e soprattutto interni. Ebrei, comunisti, oppositori politici e altre categorie vengono progressivamente trasformati in responsabili dei problemi del paese. È un meccanismo potente perché offre una risposta semplice a problemi enormemente complessi: se la società soffre, qualcuno deve averla contaminata.

Al centro dell'ideologia nazista compare così l'idea di una presunta comunità nazionale razzialmente omogenea, la Volksgemeinschaft. Non basta essere cittadini tedeschi: secondo la visione nazista bisogna appartenere alla comunità biologica considerata “giusta”. Il regime costruisce una gerarchia pseudo-scientifica nella quale i cosiddetti “ariani” vengono presentati come superiori, mentre altri gruppi vengono classificati come inferiori, pericolosi o indegni di appartenere alla società. Non esiste alcun fondamento scientifico per questa divisione, ma il nazismo la trasforma in politica di Stato. Le leggi di Norimberga del 1935 privano progressivamente gli ebrei dei diritti, proibiscono determinati matrimoni e trasformano l'origine familiare in un criterio giuridico. Da quel momento la persecuzione non dipende più soltanto dal pregiudizio individuale: entra direttamente nelle istituzioni.

Ma il progetto nazista non riguarda soltanto chi può vivere nella Germania del futuro, riguarda anche dove quella Germania deve esistere. Qui entra in gioco il concetto di Lebensraum, lo “spazio vitale”. Hitler sostiene che il popolo tedesco abbia bisogno di nuovi territori, risorse e terre agricole e guarda soprattutto verso l'Europa orientale. Polonia, Ucraina, Bielorussia e vaste regioni dell'Unione Sovietica non vengono viste semplicemente come paesi da sconfiggere militarmente, ma come territori destinati a essere conquistati, sfruttati e in parte colonizzati da popolazioni tedesche. Le persone che già vivono lì vengono inserite nella stessa gerarchia razziale: milioni di slavi sono considerati inferiori e vengono destinati, nei progetti nazisti, alla deportazione, alla riduzione in condizioni servili o alla morte. La guerra contro l'Unione Sovietica assume quindi fin dall'inizio un carattere diverso da una normale guerra tra Stati: diventa una guerra ideologica e razziale.

È qui che si comprende perché l'Olocausto non possa essere trattato come un episodio laterale della Seconda guerra mondiale. L'antisemitismo appartiene al nazismo fin dalle sue fondamenta e diventa progressivamente più radicale. Prima arrivano esclusione sociale e discriminazione, poi espropriazioni, violenze, deportazioni e segregazione nei ghetti; durante la guerra, soprattutto dopo l'invasione dell'Unione Sovietica nel 1941, le uccisioni di massa accelerano e il regime arriva alla politica di sterminio sistematico che chiamiamo Shoah. Circa sei milioni di ebrei vengono assassinati. Il regime perseguita e uccide inoltre Rom e Sinti, persone con disabilità, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, omosessuali e numerosi altri gruppi, secondo modalità e motivazioni differenti ma all'interno della stessa volontà di stabilire chi abbia diritto di appartenere alla società e chi debba esserne escluso.

Per rendere possibile tutto questo Hitler deve però ottenere prima qualcosa di essenziale: il controllo totale dello Stato e della società. Dopo l'arrivo al potere nel 1933, il sistema democratico viene rapidamente smantellato, i partiti politici vengono eliminati, i sindacati indipendenti sciolti, gli oppositori arrestati e la stampa sottoposta al controllo del regime. La scuola, la propaganda, le organizzazioni giovanili e una parte crescente della vita pubblica vengono utilizzate per creare consenso e conformismo. Il nazismo non vuole soltanto cittadini che obbediscono alle leggi, vuole formare persone che interiorizzino la propria visione del mondo, accettino la superiorità del Führer e considerino naturale la divisione tra chi appartiene alla comunità e chi ne viene escluso.

Anche l'economia entra in questo progetto. Il regime riduce la disoccupazione e promuove grandi opere, ma contemporaneamente indirizza sempre più risorse verso il riarmo e la preparazione della guerra. L'obiettivo non è semplicemente creare prosperità stabile per tutti: l'economia deve rendere la Germania abbastanza forte da sostenere l'espansione militare e, per quanto possibile, meno dipendente dall'estero. La conquista di nuovi territori promette inoltre materie prime, produzione agricola e manodopera, fino all'utilizzo massiccio del lavoro forzato durante la guerra. Anche in questo caso conquista militare, economia e ideologia finiscono per intrecciarsi.

Quando nel 1939 la Germania invade la Polonia e inizia la guerra in Europa, quindi, non assistiamo semplicemente al tentativo di un dittatore di accumulare territori. Vediamo entrare in azione un progetto maturato negli anni precedenti: cancellare l'ordine europeo nato dopo la Prima guerra mondiale, costruire una grande potenza tedesca, conquistare soprattutto l'Est europeo e riorganizzare popolazioni e territori secondo criteri razziali. Naturalmente il regime modifica strategie e decisioni mentre la guerra procede, e non ogni misura nasce da un piano stabilito nei minimi dettagli fin dall'inizio, ma la direzione ideologica rimane riconoscibile.

Per questo chiedere quale sia il “vero scopo” dei nazisti porta a una risposta più inquietante della semplice conquista militare. Non vogliono soltanto governare più territori: vogliono decidere quale tipo di essere umano abbia diritto di vivere al loro interno.

Ed è forse questo l'aspetto più importante da comprendere: Auschwitz non compare all'improvviso alla fine di una serie di decisioni casuali. Prima viene costruita l'idea che alcuni esseri umani valgano meno di altri, poi quella distinzione entra nel linguaggio, nelle leggi e nelle istituzioni, finché la violenza può essere presentata come qualcosa di necessario.