Ci sono libri che ci conquistano per la storia che raccontano e altri che ci affascinano perché pensiamo siano realmente accaduti. Educazione Siberiana appartiene proprio a questa seconda categoria. Quando uscì nel 2009 sembrava qualcosa di diverso da un semplice romanzo: era il racconto di un ragazzo cresciuto in una comunità criminale con regole, valori e tradizioni lontanissime da tutto ciò che conosciamo. Leggerlo dava la sensazione di sbirciare dentro un mondo segreto, nascosto agli occhi del resto del mondo.

Il protagonista è Nicolai, lo stesso autore del libro. Fin da bambino viene educato secondo il codice degli Urka, una comunità che vive in Transnistria, una stretta fascia di terra tra Moldavia e Ucraina. Ma non sono criminali come li immaginiamo normalmente. Nel loro mondo esiste un codice d'onore rigidissimo: rubare allo Stato è considerato legittimo, aiutare chi è in difficoltà è un dovere, mentre tradire un amico rappresenta uno dei peccati più gravi. Anche i tatuaggi hanno un significato preciso e raccontano la storia di una persona, quasi fossero un documento d'identità inciso sulla pelle.

È proprio questo insieme di violenza e regole morali ad aver reso il libro così affascinante. Il lettore si trova davanti a una realtà dura, ma allo stesso tempo governata da principi che sembrano appartenere a un'altra epoca. Ed è difficile non chiedersi se tutto questo sia realmente esistito.

Per molto tempo quasi nessuno mise in dubbio il racconto. Il libro veniva presentato come autobiografico e lo stesso Nicolai Lilin parlava spesso della propria infanzia come dell'origine della storia. Poi, però, iniziarono ad arrivare le prime critiche. Storici, giornalisti e studiosi dell'Europa orientale cercarono conferme sull'esistenza degli Urka così come venivano descritti nel romanzo, ma molte delle vicende raccontate non trovavano riscontri. Alcuni episodi apparivano difficili da verificare, altri sembravano incompatibili con le ricostruzioni storiche più accreditate e qualcuno arrivò perfino a sostenere che quella comunità, almeno nella forma raccontata da Lilin, non fosse mai esistita.

Significa che il libro è completamente inventato? Non necessariamente. È probabile che l'autore abbia preso spunto da persone conosciute, da racconti ascoltati durante l'infanzia o da tradizioni locali, trasformando poi tutto questo in una storia più ampia e coinvolgente. Del resto è ciò che fanno molti scrittori: partire dalla realtà per costruire un romanzo. La differenza è che Educazione Siberiana venne accolto, almeno all'inizio, come il resoconto fedele di una vita realmente vissuta.

Ed è proprio qui che il libro diventa ancora più interessante. Perché ci fa riflettere su quanto sia importante, per noi lettori, credere che una storia sia vera. Se lo stesso identico romanzo fosse stato presentato fin dall'inizio come un'opera di fantasia, avrebbe avuto lo stesso successo? Probabilmente sì, ma forse avrebbe suscitato molte meno discussioni.

Nel 2013 la storia arrivò anche al cinema grazie a Gabriele Salvatores, con John Malkovich nel ruolo del nonno Kuzja. Anche il film contribuì a far conoscere il romanzo a un pubblico ancora più vasto, alimentando quel fascino che da sempre accompagna questa vicenda.

Forse non sapremo mai dove finisca la realtà e dove inizi l'invenzione. Ma, in fondo, è proprio questa incertezza ad aver reso Educazione Siberiana uno dei libri più discussi degli ultimi anni. Perché alcune storie non restano impresse soltanto per quello che raccontano, ma per il dubbio che riescono a lasciarci: e se fosse andata davvero così?