Ci pensavo qualche giorno fa e mi è venuta in mente una domanda un po' strana.

Praticamente tutti gli animali sembrano avere uno scopo ben preciso. Le api impollinano i fiori. I castori costruiscono dighe. I lupi cacciano in branco. Gli uccelli migrano. I ragni tessono ragnatele. Ognuno sembra sapere esattamente cosa fare, senza che nessuno glielo insegni.

E noi? Qual è il nostro scopo?

Se torniamo indietro di decine di migliaia di anni, forse la risposta era semplice: sopravvivere.

Cacciare. Trovare un riparo. Proteggere il proprio gruppo. Avere dei figli. Probabilmente era tutto lì.

E, per quanto possa sembrare strano, forse bastava quello per dare un senso alle giornate. Poi però è successo qualcosa.

Abbiamo iniziato a costruire utensili. Abbiamo imparato ad accendere il fuoco. Abbiamo scoperto l'agricoltura. Costruito delle città, macchine, internet.

Oggi quasi nessuno di noi deve più uscire a cacciare per mangiare. Non dobbiamo costruire una capanna prima che arrivi la notte. Non dobbiamo preoccuparci ogni giorno di sopravvivere. Tendenzialmente i bisogni sono gli stessi, ma cambiano le modalità e i mezzi per raggiungerli.

Appena raggiungiamo un obiettivo, ne vogliamo subito un altro. Compriamo una cosa e dopo qualche settimana ci sembra normale. Impariamo una competenza e vogliamo impararne un'altra. Costruiamo qualcosa... e subito pensiamo a come migliorarla.

È come se il nostro cervello non fosse programmato per fermarsi. Mi chiedo: Abbiamo rinunciato ai nostri bisogni primari, scritti nel nostro codice genetico in funzione del progresso?

Forse siamo l'unica specie che prova un bisogno quasi incontrollabile di migliorare continuamente ciò che esiste. Inventiamo strumenti che costruiscono altri strumenti. Creiamo computer che progettano computer ancora più potenti. Oggi stiamo addirittura sviluppando intelligenze artificiali capaci di aiutarci a creare tecnologie che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza.

È una specie di effetto domino che sembra non finire mai. Forse il progresso non è semplicemente qualcosa che abbiamo inventato. Forse è proprio il nostro istinto.

Il nostro "codice sorgente". Quello scritto nel DNA.

Se fosse così, tante cose acquisterebbero senso.

Spiegherebbe perché facciamo fatica a essere completamente soddisfatti. Perché appena raggiungiamo una vetta iniziamo subito a guardare quella successiva. Perché ci annoiamo così facilmente. Perché ci piace esplorare, scoprire, capire.

Forse non siamo programmati per arrivare, ma per continuare. L'evoluzione ci dice che il nostro comportamento è il risultato della selezione naturale e dell'adattamento all'ambiente, non di uno "scopo" prestabilito. Però una cosa bisogna ammetterla: gli altri animali sembrano aver trovato un equilibrio perfetto con il loro modo di vivere; noi, invece, sembriamo incapaci di smettere di cambiare il mondo... e di cambiare noi stessi.

Forse è proprio questa la nostra natura.

Non trovare un punto di arrivo. Ma spostarlo continuamente un po' più in là.