Quando immaginiamo una colonia su Marte pensiamo facilmente a grandi cupole trasparenti, serre, strade e persone che passeggiano sul pianeta rosso come se vivessero in una città terrestre un po’ più polverosa. La realtà, almeno all’inizio, sarà molto diversa. Colonizzare Marte non significa trasformarlo subito in una seconda Terra, ma imparare a sopravvivere in un luogo in cui non possiamo respirare, fa terribilmente freddo e siamo molto più esposti alle radiazioni.

E probabilmente tutto comincerà ancora prima dell’arrivo degli esseri umani.

Prima degli astronauti potrebbero partire robot e missioni cargo con habitat, generatori, veicoli, strumenti e scorte. Su Marte, infatti, dimenticare qualcosa non è esattamente come accorgersi di non aver portato il caricabatterie in vacanza. La Terra si trova a milioni di chilometri di distanza, il viaggio dura mesi e le condizioni favorevoli per partire verso il pianeta rosso si presentano circa ogni 26 mesi. Chi arriva deve quindi trovare una base già funzionante o quasi.

I primi astronauti non entreranno in una città marziana. Vivranno probabilmente in qualcosa di più simile a una piccola stazione scientifica: ambienti pressurizzati nei quali ogni elemento necessario alla vita deve essere prodotto o conservato artificialmente. Ossigeno, acqua, temperatura, pressione ed energia sulla Terra ci sembrano scontati. Su Marte diventano problemi da risolvere ogni giorno.

Ed è qui che inizia la parte veramente interessante: imparare a usare Marte per vivere su Marte.

Portare dalla Terra ogni litro d’acqua, ogni bombola di ossigeno e tutto il carburante necessario sarebbe enormemente costoso. Per fortuna, il pianeta possiede alcune risorse utili. Nel sottosuolo esiste ghiaccio d’acqua e l’atmosfera è ricchissima di anidride carbonica. L’idea è quindi estrarre ciò che serve direttamente sul posto.

Non è soltanto fantascienza. Il rover Perseverance ha trasportato su Marte un esperimento chiamato MOXIE, capace di prendere l’anidride carbonica dell’atmosfera marziana e trasformarla in ossigeno. Ne ha prodotto appena 122 grammi, pochissimo per mantenere in vita una colonia, ma abbastanza per dimostrare che il principio funziona. In futuro impianti molto più grandi potrebbero produrre ossigeno per gli astronauti e persino contribuire alla produzione del propellente necessario per ripartire.

Poi c’è un nemico invisibile: le radiazioni. Marte non possiede la stessa protezione che abbiamo sulla Terra, quindi le spettacolari cupole di vetro della fantascienza potrebbero essere poco pratiche. Gli habitat potrebbero invece essere protetti da acqua, materiali schermanti o addirittura dalla stessa terra marziana. Una parte delle future basi potrebbe trovarsi sotto strati di regolite, la polvere e le rocce che ricoprono il pianeta. In pratica, Marte potrebbe diventare lo scudo dei suoi stessi abitanti.

Anche l’energia sarà vitale. Una casa terrestre senza corrente per qualche ora è un disagio; una base marziana senza energia può perdere riscaldamento, ossigeno, riciclo dell’acqua e comunicazioni. I pannelli solari saranno probabilmente utili, ma Marte riceve meno luce della Terra e le tempeste di polvere possono creare problemi. Per questo vengono studiati anche piccoli sistemi nucleari. Una colonia stabile avrà probabilmente diverse fonti di energia: se una smette di funzionare, un’altra deve poter prendere il suo posto.

E poi bisogna mangiare.

All’inizio il cibo arriverà soprattutto dalla Terra, ma continuare così per sempre avrebbe poco senso. Le future serre marziane saranno ambienti chiusi e pressurizzati, dove ortaggi e altre piante potranno crescere grazie a sistemi idroponici e illuminazione controllata. Coltivare su Marte non servirà soltanto a produrre cibo: avere qualcosa di verde e vivo potrebbe avere anche un valore enorme per persone costrette a trascorrere anni dentro ambienti artificiali.

Con il tempo dovrà cambiare anche il modo di costruire. Portare dalla Terra ogni parete, pavimento o pezzo di ricambio sarebbe assurdo per una comunità numerosa. Robot e stampanti 3D potrebbero utilizzare materiali ricavati dal terreno marziano per creare strutture, protezioni e piattaforme. La stessa polvere che inizialmente rappresenta un problema potrebbe quindi trasformarsi in una risorsa.

Ma vivere su Marte significa affrontare anche una distanza che non possiamo eliminare. Una comunicazione con la Terra può impiegare diversi minuti per arrivare e altrettanti per tornare indietro. In alcune situazioni una semplice domanda potrebbe richiedere decine di minuti prima di ottenere risposta. Durante un’emergenza non si può quindi aspettare che qualcuno sulla Terra dica cosa fare.

Gli abitanti di Marte dovranno diventare progressivamente autonomi.

Ed è proprio così che una base potrebbe trasformarsi, lentamente, in una colonia. All’inizio pochi astronauti dipendono quasi completamente dalla Terra. Poi imparano a produrre parte dell’ossigeno e dell’acqua. Successivamente coltivano una parte del cibo, costruiscono nuove strutture e fabbricano pezzi di ricambio. Ogni passo riduce un po’ la dipendenza dal nostro pianeta.

Solo molto più avanti potremmo immaginare una vera comunità marziana.

E le città all’aperto, gli oceani e le persone che passeggiano senza casco? Qui entriamo nel territorio della terraformazione, cioè l’idea di modificare Marte fino a renderlo più simile alla Terra. È un progetto enormemente più difficile e, con le tecnologie attuali, molto lontano. Se nasceranno delle prime generazioni di abitanti marziani, quasi certamente vivranno ancora dentro ambienti artificiali.

Forse è proprio questo a rendere la colonizzazione di Marte così affascinante. Non troveremo una seconda Terra pronta ad accoglierci. Dovremo costruirne una piccolissima porzione dentro Marte.

Prima porteremo l’aria, poi impareremo a produrla. Porteremo l’acqua, poi proveremo a estrarla. Porteremo il cibo, poi inizieremo a coltivarlo. Porteremo gli habitat, poi cercheremo di costruirli utilizzando Marte stesso.

La vera colonizzazione inizierà nel momento in cui, per sopravvivere sul pianeta rosso, avremo sempre meno bisogno di ciò che arriva dal pianeta blu.